Guardando le immagini delle vetrine infrante a Milano, mi sono chiesto che cosa sarebbe accaduto dopo. Quando le strade fossero state ripulite e le telecamere andate altrove, dove sarebbero tornati quei ragazzi? Chi li avrebbe aspettati? Poi sono arrivate anche le immagini di tanti giovani che manifestavano pacificamente. Ragazzi diversi, storie diverse, che chiedono di essere guardati senza racchiudere un’intera generazione dentro il suo volto peggiore.
Chi distrugge, ruba e ferisce deve rispondere delle proprie azioni. Lo dobbiamo alle persone aggredite, a chi lavora nei negozi, a chi garantisce la sicurezza. Ma davanti a un tredicenne dobbiamo anche domandarci quale strada possa prendere la sua vita. Dopo averlo fermato, occorre aiutarlo a comprendere ciò che ha fatto e accompagnarlo verso qualcosa che meriti il suo impegno.
Questo cammino comincia in casa. Un figlio ha bisogno di sapere che ci interessano le sue giornate, le amicizie, le paure. Ha bisogno anche di incontrare un limite, di affrontare una delusione, di mantenere una promessa quando costa fatica. Molti genitori vivono questa responsabilità con dedizione, talvolta dentro grandi difficoltà. Altre volte, però, noi adulti ci ritiriamo: concediamo per evitare discussioni, lasciamo che uno schermo riempia ogni vuoto, speriamo che qualcuno provveda al nostro posto.
La scuola, un sacerdote, un allenatore possono offrire un aiuto prezioso. Serve però anche una famiglia disposta, per quanto le è possibile, a condividere il percorso, a cercare occasioni di crescita e a sostenerle nel tempo. E quando una famiglia è in difficoltà, dobbiamo trovare il modo di starle accanto.
Penso a ciò che accade nel campetto del nostro patronato. Insieme ai ragazzi della comunità parrocchiale arrivano anche altri ragazzi, che magari non conosciamo. Giocano, cercano compagnia, vogliono stare insieme. Talvolta, però, il gioco si accompagna a parole offensive, bestemmie, rifiuti lasciati a terra, gesti che creano disagio agli altri. È facile, in quei momenti, pensare che la soluzione sia mandarli via.
Eppure abbiamo visto quanto possa cambiare la situazione quando un adulto è presente. Basta che resti lì, che conosca i ragazzi, intervenga quando serve, chieda di raccogliere ciò che è stato lasciato a terra o di rispettare chi sta giocando. Un limite, se viene da una persona che ti guarda negli occhi e che continua a esserci, può diventare l’inizio di una relazione. E attraverso quella relazione anche un ragazzo che fatica a rispettare gli altri può imparare a sentirsi parte di un luogo e ad averne cura.
Noi sacerdoti, però, siamo pochi e non possiamo essere presenti ogni pomeriggio.
Per questo abbiamo bisogno di adulti che si prendano a cuore quei ragazzi e decidano di condividere con loro un po’ del proprio tempo. Abbiamo bisogno di educatori preparati, capaci di affiancare le famiglie, sostenendole anche quando fanno fatica. Una parrocchia può aprire un cancello; per tenere vivo ciò che accade al suo interno serve una comunità che se ne assuma la responsabilità.
Lo stesso vale per altri quartieri e altre città. Dove mancano luoghi di incontro, dobbiamo crearli; dove sono troppo costosi o difficili da raggiungere, renderli accessibili. Scuole, parrocchie, associazioni, Comuni e Regioni possono collaborare perché ci siano spazi aperti e persone capaci di abitarli con i ragazzi. Questo lavoro ha bisogno di risorse e continuità: servono educatori, perché una porta aperta, da sola, non basta.
Incontrarli significa anche ascoltare quello che hanno da dire. Possono avere osservazioni scomode sulla scuola, sulla città, sul futuro che prepariamo. Prenderle sul serio permette di chiedere loro un passo ulteriore: partecipare, proporre, assumersi un compito. Un adolescente che contribuisce a organizzare un’iniziativa o ad aiutare i più piccoli scopre che la sua presenza cambia qualcosa. Qualcuno lo aspetta. Se manca, lascia un vuoto. Se mantiene l’impegno, altri ne ricevono un bene.
È un’esperienza preziosa in un mondo che invita continuamente a comprare, apparire, farsi notare. Si può crescere pensando di valere quanto ciò che si riesce a esibire. Una responsabilità condivisa apre un’altra possibilità: scoprire di avere capacità da offrire, legami da custodire, qualcosa da costruire. Anche il rispetto delle regole diventa più comprensibile quando protegge un’esperienza alla quale teniamo.
Vorrei che dalle ferite di questi giorni nascesse un impegno capace di durare. Riparare i danni e chiedere responsabilità a chi li ha provocati; intanto, aprire porte e trovare adulti disposti a restare. Perché un ragazzo, entrando in un campetto o in una scuola, possa incontrare qualcuno che conosce il suo nome e gli dica, con la serietà delle cose vere: «Ti aspettavamo. Oggi abbiamo bisogno anche di te».
Roberto Donadoni
