Trent’anni sono tanti, tra esperienze e ricordi che via via si accavallano componendo la storia di un’associazione che ha mosso i primi passi nel 1996, con l’obiettivo di sostenere la popolazione detenuta attraverso attività di sensibilizzazione, culturali, sociali e ricreative all’interno degli istituti di pena della città lagunare.
Era il 5 marzo di quell’anno quando un gruppo di persone, tra le quali Gianni Trevisan e padre Andrea Cereser, allora cappellano del carcere della Giudecca, diedero vita a “Il granello di senape”, realtà associativa nata a seguito di un tragico evento avvenuto nel 1993: la morte del provveditore al Porto di Venezia, Alessandro Di Ciò, per mano di un alto dirigente della Compagnia dei lavoratori portuali. Un fatto che toccò nel profondo l’opinione pubblica cittadina, stimolando un confronto sui temi della pena e del carcere. È proprio in quel momento che in Laguna prese forma un’attività di volontariato laico rivolta al mondo della detenzione, con diversi soggetti che vennero a costituirsi. Oltre al “Granello”, che quest’anno celebrerà ben tre decenni di storia, anche le cooperative sociali “Rio Terà dei Pensieri” e “Il Cerchio”. «A quei tempi – racconta Gianni Vianello, già presidente dell’associazione e oggi nel Consiglio direttivo – il carcere della Giudecca era gestito dalle suore. La nostra è un’associazione laica, che però collabora con la Caritas diocesana e con le realtà religiose del territorio. L’obiettivo è far sì che gli istituti di pena vengano percepiti come parte integrante della città». E Venezia, in questo senso, per la presidente Maria Voltolina è da sempre un esempio virtuoso: basti pensare alle donazioni e alla solidarietà riscontrata nel tempo, nonché alla spesa che molti residenti fanno al banchetto degli ortaggi raccolti nell’Orto delle Meraviglie, dentro al carcere. Banchetto allestito tutti i giovedì accanto all’ingresso della Casa di reclusione femminile della Giudecca.
Un timore tuttavia c’è. «Che con l’attuale percezione d’insicurezza e impunibilità delle persone – riflette Voltolina – ci possa essere una fetta di popolazione più sospettosa, del partito del “butta via la chiave”». L’esigenza di detenuti e ristrette è sempre la stessa: che il mondo esterno sappia della loro esistenza. «Un cambiamento evidente – prosegue – lo constatiamo nel loro livello di scolarizzazione e negli interessi, andati degradandosi. Un aspetto che rende più faticoso costruire progetti. Specie nel carcere femminile notiamo poi che ogni donna tende a pensare a sé, senza portare avanti battaglie comuni. Al massimo c’è una solidarietà di cella».
Vianello spiega come il rischio è che il carcere si trasformi sempre di più in una «“discarica sociale”, quando invece esistono persone ai margini che avrebbero bisogno di altro, rispetto alla detenzione: di un supporto psichiatrico e di un accompagnamento ad uscire da situazioni di dipendenza». I ricordi legati ai tanti incontri fatti attraverso l’associazione fanno venire gli occhi lucidi. «C’era un ragazzo nel carcere maschile, un giovane difficilissimo e molto infelice, che arrivava anche ad atti di auto lesionismo. Frequentava i nostri gruppi, ma non parlava mai. Con i supporti giusti e attraverso il lavoro e le ore di volontariato abbiamo visto in lui un enorme progresso», dice la presidente, affiancata nei ricordi da Vianello, che torna con la mente ai primi anni 2000, «quando un detenuto di origini turche faceva volontariato da noi. Ora, nel suo Paese, è diventato un imprenditore». Poi il coinvolgimento, nell’ambito delle sagre cittadine, di alcuni reclusi «che sono stati felici di sentirsi trattati come tutti gli altri»; oppure nel Cup, grazie alla sinergia con l’Ulss 3. Segno tangibile che, se lo si vuole e le risorse ci sono, un sostegno concreto attraverso il lavoro è possibile garantirlo.
«Sono persone – dichiara Vianello – che hanno sbagliato, ma i diritti devono essere qualcosa di imprescindibile per tutti». «Le varie manifestazioni e iniziative che organizzeremo nel corso del 2026 – precisa Voltolina – saranno all’insegna dei 30 anni dell’associazione. In occasione del giorno dell’anniversario organizzeremo una bicchierata fra di noi, mentre la celebrazione vera e propria vorremmo affidarla, nel mese di ottobre, a un convegno a cui invitare alcune presenze significative a livello nazionale. Per raccontare il mondo del carcere: com’è cambiato e cosa andrebbe fatto per il futuro».
Una trentina i soci attuali del “Granello”, che necessiterebbero di un ricambio generazionale. Da qui l’appello della presidente rivolto ai giovani, oltre a quello – indirizzato all’Amministrazione che verrà – di ottenere una sede ufficiale.
Marta Gasparon
