Bambini cinesi e dell’Est iscritti alla materna parrocchiale; ragazzi bangladesi che giocano a calcio nel campo dell’oratorio; borse della spesa per tutte le famiglie in difficoltà economica, da qualsiasi Paese provengano…
Sono alcuni dei segni concreti di come si muove quell’avamposto cristiano della società che corrisponde alle parrocchie di San Pio X e del Gesù Lavoratore di Marghera. Qui, in questa fetta di terraferma veneziana in cui si registra probabilmente la maggior presenza di stranieri (in percentuale rispetto al totale della popolazione) ci si muove con maggior intraprendenza per costruire le basi della città multietnica.
E non è che si parta dall’accettazione tranquilla della situazione: lo attesta il parroco delle due comunità, don Filippo Benetazzo. «Non è raro sentire i cittadini italiani che dicono “Vai in autobus e trovi solo stranieri” o “Nelle piazze e nei giardini pubblici ci sono solo loro che giocano con i loro bambini”. In tanti c’è la percezione di un’invasione, per cui gli spazi vitali della vita sociale sono sempre più occupati dagli stranieri».
Un malcontento diffuso che si fonda più su emozioni che sulla razionalità: «Se mi fermo a ragionare con qualche parrocchiano – prosegue don Benetazzo – siamo subito d’accordo che di bambini italiani non se ne vedono perché non si fanno figli, o anche perché i nostri hanno le giornate scandite da tante attività organizzate per cui, quando sono finite, i ragazzi se ne stanno a casa e non vanno in giro, mentre le famiglie straniere portano i figli al parco. E poi noi abbiamo tutti l’auto, mentre loro sfruttano molto di più i mezzi pubblici».
Insomma, si avverte una insofferenza condita di rassegnazione: “Noi come italiani spariremo”, si sospira da più parti. È per smontare i pregiudizi di questo disagio e per costruire basi per una convivenza positiva sul territorio che le parrocchie si mobilitano: «Nella nostra scuola materna abbiamo parecchi bambini cinesi e dell’Est europeo. Ed è lì che si costruisce integrazione fra i bambini e con le famiglie».
Ma se con le famiglie dell’Est è più facile creare vicinanza, la fatica maggiore resta quella dei rapporti con i bangladesi, i più numerosi nel territorio ma anche di cultura più lontana e religione diversa. «Abbiamo un bel gruppo di giovani bangladesi – racconta don Filippo – che vengono a giocare a calcio in parrocchia, rendendosi corresponsabili: tengono in ordine, fanno pulizia negli spazi… E ogni tanto facciamo qualche attività con loro: una partita, cose semplici ma condotte insieme, per fare capire che c’è la possibilità di condividere spazi e momenti piacevoli».
Insomma, tanti piccoli gesti per avviare relazioni e costruire ponti: come i corsi di italiano realizzati insieme alle Acli e destinati soprattutto alle donne del Bangladesh: «Così fruiscono dei nostri ambienti e sentono che c’è disponibilità all’accoglienza in maniera serena. Passo anch’io – rileva il parroco – a salutare, per dare il senso che si tratta di piccoli e primi passi, ma tutti importanti».
Inoltre ogni giovedì, a San Pio X c’è la distribuzione delle borse spesa; e al Gesù Lavoratore quella del vestiario: «Dispiace vedere che tanti hanno bisogno, ma il cortile del patronato e gli uffici parrocchiali si riempiono di etnie diverse: ci sono sì italiani, ma soprattutto persone del Bangladesh, dell’Ucraina, dell’Africa…, che trovano qui disponibilità e cura nei loro confronti. Sono tutti segnali che dicono l’attenzione della Chiesa, che non fa distinzione di razza o di cultura. E questo diventa un punto di forza per favorire l’integrazione».
Giorgio Malavasi
