Se da noi l’immigrazione straniera è relativamente recente, altrove in Europa il fenomeno è iniziato molto prima. E i problemi di convivenza che si incontrano oggi a Mestre, in altri luoghi sono già stati affrontati. Con esiti dai mille risvolti, non sempre positivi: le tensioni delle banlieues parigine sono l’esempio forse più lampante di un processo gestito male. Ma ci sono anche fortunatamente esempi confortanti, dove la strada della convivenza è contrassegnata da buone pratiche e risultati favorevoli. E’ il caso di Bamberg, cittadina della Baviera da 80mila abitanti e un’immigrazione che parte da lontano. «Basti pensare che gli accordi bilaterali con l’Italia per l’immigrazione di lavoratori italiani risalgono esattamente a 70 anni fa. È chiaro che in Germania il fenomeno migratorio è iniziato da molto più tempo»: a sottolinearlo è Marco De Pietri, veneziano emigrato lui stesso in Germania, proprio a Bamberg, 26 anni fa per lavorare nell’università. Da anni De Pietri si occupa fattivamente di immigrazione e di politiche attive per l’integrazione, a cominciare da un organismo che nel tempo si è rivelato importantissimo: «Da 30 anni abbiamo il Consiglio cittadino dei migranti, un organo elettivo, che rappresenta tutte le nazionalità, in misura proporzionale alla presenza di ciascuna etnia», spiega De Pietri che è uno dei presidenti del comitato stesso. «In Germania – prosegue – le politiche vengono decise dai land, nel rispetto delle normative nazionali. Noi a Bamberg dipendiamo alla Baviera e dal governo di Monaco. Ma anche a livello di singole città c’è la possibilità di incidere».
L’immigrazione oggi si attesta attorno al 18% della popolazione. «I principali paesi di provenienza sono Turchia, Siria, Ucraina. Molti immigrati vengono impiegati in ambito sanitario, cioè case di cura e ospedale: per grandezza proprio l’ospedale di Bamberg rappresenta il primo datore di lavoro. Poi abbiamo tre fabbriche della Bosch, ma richiedono un livello alto di specializzazione. Poi ci sono ancora le imprese di pulizie, il settore edile e il settore gastronomico. La Germania offre la possibilità di fare tre anni di formazione, ad esempio per diventare operatore sanitario: questo settore senza gli immigrati chiuderebbe. Ma prima ancora della formazione, è fondamentale l’insegnamento della lingua».
A Bamberg c’è anche un centro per rifugiati, in attesa del riconoscimento del diritto d’asilo. Un ambito parallelo che si interseca poco con la vita della città, perché gestito a livello più alto rispetto al Comune: «Chi si vede riconosciuto lo status può decidere se rimanere a Bamberg o andare in altri land, che in quel caso se ne prenderanno carico. La legge prevede che il riconoscimento venga dato (o negato) entro sei mesi, qui a Bamberg la media è di due mesi. Chi non viene riconosciuto come rifugiato viene rimpatriato nel suo paese».
Un organismo per promuovere la convivenza. A livello locale il ruolo del Consiglio cittadino dei migranti si è rivelato importantissimo per promuovere la pacifica convivenza e risolvere alcune problematiche. «È una specie di sindacato dei migranti, che interviene facendo richieste al Comune, se serve, o anche delle proposte. Ad esempio abbiamo chiesto di aumentare corsi di lingua nel pomeriggio per gli studenti. La scuola è in capo ai Land ma sull’offerta del pomeriggio può intervenire il Comune. Il Consiglio – sottolinea De Pietri – è importante perché fa da ponte tra tutte le associazioni dei migranti, tra il Comune le associazioni di volontariato. Funziona bene, c’è un bel network e si riesce a intervenire se ci sono problematiche. Ad esempio il Consiglio cerca di fare in modo che non si formino delle scuole “ghetto”. Qui i bambini vanno a scuola in base alla zona di residenza e quindi dove c’è una percentuale alta di stranieri nel quartiere – magari dove le case costano meno – si raggiungono numeri alti di bambini di origine straniera in classe. Cerchiamo di fare in modo che questo non succeda, ma soprattutto cerchiamo di promuovere le attività di supporto linguistico, perché questo è importantissimo».
E la convivenza con i tedeschi? «Noi – risponde – siamo fortunati non abbiamo grossi problemi, non ci sono forme di razzismo, anche perché ci verrebbero subito segnalate. Ciò non toglie che non vi sia un razzismo più sottile, fatto di cliché e stereotipi. Ad esempio abbiamo penuria di case in affitto, e i proprietari tendono a dare il proprio alloggio a un tedesco o a un europeo. E poi si sta creando una certa differenza, un leggero velo di razzismo, tra immigrati di seconda-terza generazione rispetto a chi è appena arrivato. Ci sono degli immigrati di serie A e serie B. Io lo dico sempre: sono anche io sono migrante, anche se ho un “bonus” come italiano e uno come europeo che mi fa avere gli stessi diritti dei tedeschi. Magari un afgano ha più difficoltà: per trovare casa, deve dare più garanzie. Non è vero e proprio razzismo, però i pregiudizi ci sono e questa per noi è la sfida dei prossimi anni».
Il ruolo della scuola. In questo senso la scuola può rappresentare uno strumento di incontro e integrazione, pur con qualche avvertenza legata anche all’ordinamento scolastico proprio della Baviera. «Già dopo le elementari, che qui durano 4 anni, i bambini devono scegliere un indirizzo che li porterà verso il liceo, o verso gli istituti tecnici o verso la formazione professionale. Questa selezione – uso questo termine provocatoriamente – avviene sulla base del rendimento scolastico. E dove ci sono genitori che seguono i figli o possono garantire anche ripetizioni ecc, i bambini hanno voti più alti e possono accedere al liceo. È un modo classista per operare una selezione. Per questo noi vorremmo aumentare la possibilità di accedere al rinforzo linguistico per dare a tutti i bambini le stesse opportunità. Questa è la grande sfida. Chi sta indietro è perché spesso non ha conoscenze linguistiche. Vuoi per la provenienza, vuoi perché genitori non sono integrati, magari perché vivono in un quartiere dove sono la maggioranza, stanno sempre tra loro e c’è meno integrazione». Sono proprio queste le barriere che il Consiglio dei migranti cerca di abbattere: «Siamo una calamita e un ponte con le associazioni: organizziamo ad esempio il giorno della lettura, in cui in classe si legge nelle diverse lingue, valorizzando tutte le culture, perché si capisca che sono una ricchezza non un problema. Organizziamo serate informative multilingue perché i genitori abbiano informazioni e materiale utile per orientarsi. Offriamo informazioni nelle scuole, anche nelle materne, proponiamo corsi di lingua per le mamme, dando loro anche la possibilità di avere una baby sitter per qualche ora, mentre frequentano i corsi. Perché se non imparano la lingua restano isolate».
E a livello religioso? «A Bamberg ci sono tutte le religioni rappresentate. C’è la moschea e c’è la sinagoga. La cosa bella è che da una decina d’anni esiste un’associazione interreligiosa a cui partecipano tutte le religioni. Si chiama “La tenda delle religioni” ed è una struttura che a livello architettonico richiama proprio un tendone. Qui – conclude – si fanno varie attività, anche insieme, cui partecipano il vescovo e l’imam. Il dialogo interreligioso funziona».
Serena Spinazzi Lucchesi
