Per sessant’anni, il dibattito ambientale a Venezia ha avuto un unico, grande protagonista: l’acqua alta. Ma oggi, mentre le paratoie del Mose proteggono i marmi del centro storico, l’attenzione si sposta sulla terraferma, dove la sfida non è più contro il mare, ma contro il cemento e l’aumento delle temperature. È in questo contesto che nasce “Mestre Verde“, l’ambizioso progetto presentato lo scorso 7 maggio a Venezia da un team di esperti guidato dall’architetto Roberto D’Agostino insieme agli architetti Carrano, Giovannini, Pagan, Cibin e all’ingegner Pantuso.
La notizia centrale è la definizione di una “roadmap“ quindicinale per una trasformazione radicale ma “dolce“ della città: un investimento complessivo di 60 milioni di euro per fare di Mestre una città-bosco, capace di rispondere alle emergenze della transizione ecologica e della sanità territoriale.
Una visione a lungo termine: 2025-2040.
Il piano non è una semplice proposta estetica, ma una vera e propria infrastruttura verde. L’obiettivo è ambizioso: trasformare Mestre attraverso un programma di forestazione urbana che si svilupperà nell’arco di 15 anni, con una spesa prevista di 4 milioni di euro all’anno. Questo ritmo costante permetterà di arrivare al 2040 con una città profondamente mutata, dove il verde non è più un “arredo“, ma l’ossatura portante del territorio.

«La questione ambientale a Venezia deve evolvere», spiegano i progettisti nel documento. Se il secolo scorso è stato quello della difesa dalle acque, il nuovo millennio richiede una politica complessa che integri mobilità sostenibile, riduzione del traffico, riqualificazione energetica e, soprattutto, una massiccia espansione del patrimonio arboreo.
Perché una «trasformazione dolce»?
Il termine «dolce» non è scelto a caso. Il progetto mira a intervenire sul tessuto urbano esistente senza stravolgerlo con grandi opere invasive, ma agendo per capillarità. La proposta risponde a quattro ambiti strategici: la transizione ecologica, la cura delle persone, la manutenzione del territorio e la sicurezza energetica. L’ampliamento del Bosco di Mestre è il cuore pulsante di questa strategia. L’idea è quella di creare un sistema connesso che mitighi l’effetto “isola di calore“ – quel fenomeno per cui le aree cementificate registrano temperature molto più alte rispetto alle campagne circostanti – e migliori la qualità dell’aria, fondamentale per una sanità territoriale che voglia fare prevenzione e non solo cura.
La strategia: tra pubblico e privato.
Ma come si realizza un piano di questa portata? Il progetto “Mestre Verde“ individua tre grandi ordini di difficoltà: tecnico-organizzativo, economico e patrimoniale. La soluzione proposta è un modello di gestione mista.
In primo luogo, si ipotizza la creazione di una struttura pubblica dedicata a guida comunale, che coinvolga strutturalmente le università e i centri di ricerca. In secondo luogo, è necessaria un’infrastruttura produttiva: un vivaio pubblico-privato che garantisca la fornitura costante di alberi e piante necessari per l’implementazione delle aree. Dal punto di vista economico, il piano guarda oltre il bilancio comunale. Si punta a intercettare fondi nazionali ed europei, oltre a coinvolgere capitali privati. Un richiamo importante viene fatto al Pnrr, che aveva destinato fondi per piantare 6 milioni di alberi nelle aree urbane: «Quanti ne ha utilizzati Venezia?», si chiedono provocatoriamente i firmatari del progetto, sottolineando l’urgenza di non perdere le opportunità di finanziamento correnti.
Il cronoprogramma e il territorio.
Il progetto non attenderà l’acquisizione di tutte le aree per partire. La strategia prevede di iniziare immediatamente dai terreni di proprietà pubblica, dando così il tempo all’amministrazione di concludere accordi e protocolli con i privati per acquisire la disponibilità delle aree necessarie al completamento del sistema verde.
Mestre Verde si propone quindi come una risposta concreta a bisogni sociali intensi: dalla prevenzione del dissesto idrogeologico alla creazione di spazi per l’istruzione e la ricerca all’aperto. Non è solo un piano di piantumazione, ma una proposta di riforma della vita urbana che mette al centro il benessere del cittadino e la resilienza del territorio di fronte ai cambiamenti climatici. (G.M.)
