Oggi papa Leone XIV ha proclamato Dottore della Chiesa San Giovanni Enrico Newman, il santo della coscienza e dell’amicizia tra Ragione e Fede. Un Santo che ha ispirato e guidato la conversione al cattolicesimo di molti altri uomini e donne con la sua testimonianza e la sua prolifica produzione di saggi, studi, poesie e romanzi. Il Papa lo ha anche proclamato co-patrono di tutti coloro che compiono un servizio educativo.
Il Patriarca Francesco Moraglia ha proposto un editoriale su Newman che questa settimana è stato pubblicato sul settimanale Gente Veneta. Lo condividiamo integralmente di seguito:
“Qui sulla terra vivere è cambiare John Henry Newman e le sue molteplici conversioni”
di Francesco Moraglia
C’è una frase, tratta dal saggio “Sviluppo della dottrina”, che descrive bene il senso della vita di John Henry Newman: “In un mondo più alto le cose vanno altrimenti, ma qui sulla terra vivere è cambiare, e la perfezione è il risultato di molte trasformazioni”. E, in effetti, la sua vita è stata un continuo cambiamento, un costante ricominciare, una serie di conversioni. Forse anche per questo la sua figura è progressivamente cresciuta nell’interesse della società inglese, in particolare della Chiesa, ed è stata tenuta costantemente in considerazione dai Papi degli ultimi decenni.
Già Paolo VI, nel 1975, lo indicò come “un faro sempre più luminoso per tutti quelli che sono alla ricerca di un preciso orientamento e di una direzione sicura attraverso le incertezze del mondo moderno”. Papa Francesco, al momento della canonizzazione avvenuta nel 2019, ne ha richiamato la celebre preghiera-poesia e il suo essere, a sua volta, “luce gentile” tra l’oscurità del mondo poiché il cristiano – sono parole dello stesso Newman – “possiede una pace profonda, silenziosa, nascosta, che il mondo non vede”. Papa Leone, nell’annunciare la decisione di conferire a John Henry Newman il titolo di “Dottore della Chiesa”, ha sottolineato come il santo inglese abbia “contribuito in maniera decisiva al rinnovamento della teologia e alla comprensione della dottrina cristiana nel suo sviluppo”.
Colpisce davvero, nella vita di Newman, il susseguirsi di importanti momenti di conversione e, ripercorrendo le pagine della sua storia, ne contiamo molti che si susseguono dicendo la libertà della persona dinanzi alla verità di volta in volta percepita. “Vivere è cambiare”, diceva, e lui davvero ha molto cambiato. Nel 1816, ancora adolescente, viene toccato da una grave malattia e dal tracollo finanziario del padre banchiere e, dopo alcune letture di alcuni esponenti dell’illuminismo e in particolare di Hume e Voltaire, la sua fede assume la forma “evangelical” ponendo al centro, in solitudine, Dio creatore e l’io personale. Poi, frequentando Oxford, si avvicina al gruppo dei “Noetici” (un gruppo di teologi liberali all’interno della Chiesa d’Inghilterra) ma qualche anno dopo se ne allontana, intanto, nel 1825 riceve l’ordinazione sacerdotale nella Chiesa anglicana. Deluso sempre più dal liberalismo (che, incontrastato, dilaga ad Oxford) e, nello stesso tempo, affascinato in maniera crescente dalle letture dei Padri della Chiesa, è decisivo, per lui, un viaggio, nel Mediterraneo, in Italia. Così nel 1832–33 viene in contatto con il mondo cattolico e rimane colpito della sua vitalità, pur criticandone apertamente le forme devozionali considerate superstizioni.
Ritornato in Inghilterra, Newman dà origine, con alcuni colleghi e amici, a quello che prenderà il nome di “movimento di Oxford” che si proponeva di riformare teologicamente, e non solo, la Chiesa Inglese a partire dall’esperienza della Chiesa primitiva; nella storia del IV secolo vede, infatti, rispecchiata la situazione ecclesiale del suo tempo con i protestanti nel ruolo degli ariani, gli anglicani in quello dei semi-ariani ed infine la Chiesa di Roma – che lui ancora chiama, con sottile dispetto, i “cattolici romani” – nel ruolo di se stessa; è questo il periodo in cui teorizza la cosiddetta “Via Media”, una posizione ecclesiologica alternativa – e, appunto, mediana – al sistema liberale-protestante e a quello cattolico-romano, che però, in seguito alla sua ricerca storica, tramonterà definitivamente. Tra il 1844 e il 1845 giunge alla conversione “maggiore” e, per certi versi, definitiva.
Deluso dalle concezioni sempre più liberaleggianti e da un’ermeneutica anglicana condizionata dalla cultura del tempo, cresce la sua attenzione e il fascino verso la Chiesa cattolica che intuisce sempre più come fedele, reale e vivente continuità con la Chiesa di Cristo, degli Apostoli, dei Padri. Newman, per onestà intellettuale e coerenza, lascia la Chiesa d’Inghilterra – e con essa la gratificante carriera universitaria, il caldo ambiente familiare e gli amici a cui era legatissimo – e si converte alla Chiesa di Roma; ad accoglierlo ufficialmente, nell’ottobre 1845, è il padre passionista Domenico Barberi che lo confessa e lo battezza.
Inizia così la sua nuova vita nella Chiesa cattolica; entra nell’ordine degli oratoriani di San Filippo Neri; alla fine sarà creato cardinale da Leone XIII nel 1879, all’età di 78 anni. Il novello cardinale sceglie come motto la frase “Cor ad cor loquitur” (il cuore parla al cuore), che richiama un tratto significativo e specifico della chiamata alla santità, in cui vi si trova non solo la componente della ragione ma l’intenso sentire del cuore; è tutto l’uomo desideroso d’entrare in intima comunione con il Cuore stesso di Dio.
Sì, “qui sulla terra vivere è cambiare” ed è proprio questo che ci insegna John Henry Newman che è stato realmente – come ci dicono le sue scelte – un uomo profondamente libero nei confronti degli altri e, prima ancora, di sé.
In ogni momento del cammino e della ricerca personale, Newman si è lasciato interpellare e guidare dalla Verità che via via emergeva in lui, tra le oscurità e le ambiguità del mondo, come una luce crescente a cui corrispondere ed obbedire. Significativa è la frase che volle fosse incisa sulla sua tomba – “Ex umbris et imaginibus in veritatem” (dalle ombre e dalle figure alla verità) – e che, in modo compiuto, richiama tutta la sua vita e, in particolare, quell’ultima conversione intesa come apertura definitiva al mistero salvifico del Dio Misericordia.
Newman ha saputo dare un ascolto profondo alla coscienza, percepita e considerata come voce di Dio che riecheggia nell’intimo della persona. La voce di Dio parla all’uomo certamente in modo luminoso e potente ma anche, sempre, discreto e gentile; ogni volta suggerisce il cambiamento necessario – talora radicale – e, insieme, dice la dimensione creaturale dell’uomo. Sì, la coscienza è la forma più soggettiva della presenza del Dio creatore nell’uomo.
La fede quindi per Newman è, nello stesso tempo, esercizio di ragione e (come evidenzia anche il motto cardinalizio) un “sentire nel cuore che siamo creature di Dio” perché avere fede è, in qualche modo e sempre, un “arrendersi a Dio” e porre tutto il nostro essere “nelle mani di Colui che è il Sovrano Dispensatore di ogni bene”.
La nota preghiera-poesia di Newman “Lead Kindly Light” ce lo ricorda con queste brevi ed efficaci parole: “Guidami, o Luce gentile, tra le tenebre che mi circondano, guidami Tu! La notte è oscura e io sono lontano da casa, guidami Tu! Sostieni tu i miei piedi; non chiedo di vedere l’orizzonte lontano; un passo alla volta mi basta… Amavo scegliere e vedere io il cammino; ma ora guidami Tu!”.
