Giovedì sera, 6 novembre, il Patriarca Francesco Moraglia ha preso parte al dibattito “Le guerre e la pace”, incontro dedicato al tema del conflitto nel pensiero europeo, del sei novembre scorso presso la Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian, sede della Biennale di Venezia, con il filosofo Massimo Cacciari e Pietrangelo Buttafuoco, Presidente della Biennale di Venezia.
“Continuiamo a vivere in un mondo diviso in blocchi – ha esordito il Patriarca – con visioni ideologiche che si contrappongono con crescente asprezza. Al posto della coscienza dell’interdipendenza e dello spirito di solidarietà dominano forme di prevaricazione ed espansionismo. Un tale mondo non può non essere a rischio conflitti. Stupirebbe il contrario. I fattori conflittuali interagiscono fra loro e in senso contrario al bene comune universale creando, fra popoli e Stati, ostacoli insuperabili. Kant, nell’opera “Per la pace perpetua”, traccia le linee politico-giuridiche che sarebbero in grado di garantire una pace stabile e duratura. Egli vede la soluzione nella costruzione di un grande organismo giuridico internazionale che permetta alle comunità statali – come già per i singoli uomini – l’uscita da una situazione conflittuale. La guerra si supera tramite la legge che pone vincoli all’azione degli Stati: qui sta il pregio e il limite della risposta kantiana. La soluzione da lui prospettata risulta pertinente e coerente ma il problema che rimane insoluto è il soggetto – l’uomo – al quale è chiesto di portare a compimento il processo delineato. E oggi purtroppo il riferimento al diritto internazionale è problematico”.
Più avanti il Patriarca ha ricordato: “Il cristiano riconosce l’esistenza di ‘strutture di peccato’ – per evocare l’espressione di Giovanni Paolo II – generate da realtà menzognere ingiuste e violente e che a loro volta perpetuano menzogna, ingiustizia, violenza a livello personale, familiare e sociale, fino ad essere generatrici di guerre che coinvolgono interi popoli. L’Ucraina e Gaza sono sotto gli occhi di tutti”.
Pubblichiamo di seguito l’intervento del Patriarca Francesco:
Ringrazio il Presidente Buttafuoco per l’invito e per aver ideato e proposto il tema quanto mai attuale. Quante volte in questi anni segnati dalle guerre in Ucraina e in Palestina il nostro pensiero è andato al citato scritto di Kant!
Ringrazio il professor Cacciari per quanto ci ha detto nella Lectio Magistralis. Provo, a mia volta, ad esprimere alcuni brevi pensieri.
Viviamo in un mondo diviso in blocchi, caratterizzato da visioni ideologiche contrapposte. Al posto del dialogo dominano forme di espansionismo opposte fra loro. Ciò, di certo, porterà a nuovi conflitti aggravati dalle nuove tecnoscienze, pensiamo all’intelligenza artificiale.
Per brevità mi soffermo solo su Kant che, nell’opera “Per la pace perpetua”, traccia linee filosofiche-giuridiche-politiche atte, a suo giudizio, a garantire una pace duratura. Negli articoli definitivi – successivi ai preliminari – enumera le modalità secondo cui un accordo può prendere vita. Fra i tre articoli definitivi, il secondo (il cuore del trattato) sostiene la libera costruzione di un organismo giuridico internazionale come uscita da una situazione conflittuale previamente data.
La guerra si supera, quindi, tramite la legge che pone vincoli all’azione degli Stati. Le soluzioni prospettate sono di alto profilo; il problema, però, è il soggetto al quale è chiesto di percorrere l’iter concreto verso la pace. Il riferimento al diritto internazionale, oggi, è alquanto problematico. Un esempio, si può possedere la migliore vettura e il migliore team di meccanici ma non esserci il pilota all’altezza.
Riguardo alla creazione di un organismo internazionale in grado d’intervenire sugli Stati in conflitto, si è registrato il fallimento della Società delle Nazioni e, oggi, si registrano le gravi difficoltà dell’Onu.
Dal 1795 – anno in cui Kant scrive il suo trattato – si sono date, di continuo, guerre; guardando alla sola Europa, per stare solo alle principali, nel XIX secolo le guerre napoleoniche, di Crimea, Franco-prussiana, per l’unificazione italiana e tedesca; nel XX secolo le due guerre mondiali, quelle nella ex Jugoslavia.
C’è poi il capitolo riguardante le «strutture di peccato» – ossia realtà, situazioni, procedure consolidate, talvolta avvalorate acriticamente –, appunto, “strutture”, prodotte da soggetti ingiusti, violenti, menzogneri che promuovono ingiustizie, violenze, menzogna, sempre, ad ogni livello fino a scatenare guerre, pur chiamandole con altri nomi; guerre che, alla fine, coinvolgono interi popoli. E’ la realtà, oggi, sotto i nostri occhi.
Quale il soggetto o i soggetti in grado di attuare le indicazioni delineate? Bisogna guardare soprattutto al cuore dell’uomo oltre che alla la ragione.
Sul tema, Nikolaj Aleksandrovic Berdjaev, in “Dignità del cristianesimo e indegnità dei cristiani” scrive a proposito dell’uomo: “Il cosiddetto ‘fallimento del cristianesimo nella storia’ è un fallimento legato alla libertà umana… che la religione cristiana non ritiene possibile reprimere esteriormente e costringere al bene. La verità cristiana presuppone la libertà e attende la vittoria interiore e spirituale sul male. Lo Stato può imporre un limite alle manifestazioni della volontà malvagia dall’esterno e con la forza, anzi è tenuto a farlo, ma non è così che il male e il peccato verranno vinti” (N.A. Berdjaev, Dignità del cristianesimo e indegnità dei cristiani, Lindau 2020, p. 31). Pensando alla vicenda umana e culturale di Berdjaev sono parole che fanno riflettere.
Il bene, dunque, non è il risultato delle sole leggi, poiché la luce e la bellezza del bene consistono proprio nell’essere accolte nel respiro di una libertà che sempre può volgergli le spalle. Nell’uomo è innegabile uno scompenso, un’inclinazione all’io contraria al bene comune e che piega la libertà al dominio dell’irrazionale.
È ciò che la Rivelazione cristiana dice del mistero della caduta, ma che è visibile pure da altre prospettive, anche ad una visione laica, ma realistica, della condizione umana. Una progettazione politica solidamente realistica – e non vanamente utopica – dovrà infatti tenerne inevitabilmente conto.
Nel colloquio con Nicodemo Gesù chiede di andar oltre la pura conoscenza con queste parole: “…la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio” (Gv 3,19-21).
Sulla medesima linea è la lettera ai Romani: “…io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra. Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!” (Rom 7,21-25).
Dostoevskij qui avrebbe molto da dire.
È, perciò, un passo importante ma non sufficiente conoscere e rispettare le buone leggi e contare su istituzioni e organismi, ancorché genialmente concepiti. Ma è necessario sempre ripartire dall’uomo nel suo darsi concreto, con la sua complessità, con la sua grandezza e miseria. Risanato, troverà forse la forza – in linguaggio cristiano la grazia – per “viverle”.
Ringrazio il professor Cacciari per quanto ci ha detto nella Lectio Magistralis. Provo, a mia volta, ad esprimere alcuni brevi pensieri.
Viviamo in un mondo diviso in blocchi, caratterizzato da visioni ideologiche contrapposte. Al posto del dialogo dominano forme di espansionismo opposte fra loro. Ciò, di certo, porterà a nuovi conflitti aggravati dalle nuove tecnoscienze, pensiamo all’intelligenza artificiale.
Per brevità mi soffermo solo su Kant che, nell’opera “Per la pace perpetua”, traccia linee filosofiche-giuridiche-politiche atte, a suo giudizio, a garantire una pace duratura. Negli articoli definitivi – successivi ai preliminari – enumera le modalità secondo cui un accordo può prendere vita. Fra i tre articoli definitivi, il secondo (il cuore del trattato) sostiene la libera costruzione di un organismo giuridico internazionale come uscita da una situazione conflittuale previamente data.
La guerra si supera, quindi, tramite la legge che pone vincoli all’azione degli Stati. Le soluzioni prospettate sono di alto profilo; il problema, però, è il soggetto al quale è chiesto di percorrere l’iter concreto verso la pace. Il riferimento al diritto internazionale, oggi, è alquanto problematico. Un esempio, si può possedere la migliore vettura e il migliore team di meccanici ma non esserci il pilota all’altezza.
Riguardo alla creazione di un organismo internazionale in grado d’intervenire sugli Stati in conflitto, si è registrato il fallimento della Società delle Nazioni e, oggi, si registrano le gravi difficoltà dell’Onu.
Dal 1795 – anno in cui Kant scrive il suo trattato – si sono date, di continuo, guerre; guardando alla sola Europa, per stare solo alle principali, nel XIX secolo le guerre napoleoniche, di Crimea, Franco-prussiana, per l’unificazione italiana e tedesca; nel XX secolo le due guerre mondiali, quelle nella ex Jugoslavia.
C’è poi il capitolo riguardante le «strutture di peccato» – ossia realtà, situazioni, procedure consolidate, talvolta avvalorate acriticamente –, appunto, “strutture”, prodotte da soggetti ingiusti, violenti, menzogneri che promuovono ingiustizie, violenze, menzogna, sempre, ad ogni livello fino a scatenare guerre, pur chiamandole con altri nomi; guerre che, alla fine, coinvolgono interi popoli. E’ la realtà, oggi, sotto i nostri occhi.
Quale il soggetto o i soggetti in grado di attuare le indicazioni delineate? Bisogna guardare soprattutto al cuore dell’uomo oltre che alla la ragione.
Sul tema, Nikolaj Aleksandrovic Berdjaev, in “Dignità del cristianesimo e indegnità dei cristiani” scrive a proposito dell’uomo: “Il cosiddetto ‘fallimento del cristianesimo nella storia’ è un fallimento legato alla libertà umana… che la religione cristiana non ritiene possibile reprimere esteriormente e costringere al bene. La verità cristiana presuppone la libertà e attende la vittoria interiore e spirituale sul male. Lo Stato può imporre un limite alle manifestazioni della volontà malvagia dall’esterno e con la forza, anzi è tenuto a farlo, ma non è così che il male e il peccato verranno vinti” (N.A. Berdjaev, Dignità del cristianesimo e indegnità dei cristiani, Lindau 2020, p. 31). Pensando alla vicenda umana e culturale di Berdjaev sono parole che fanno riflettere.
Il bene, dunque, non è il risultato delle sole leggi, poiché la luce e la bellezza del bene consistono proprio nell’essere accolte nel respiro di una libertà che sempre può volgergli le spalle. Nell’uomo è innegabile uno scompenso, un’inclinazione all’io contraria al bene comune e che piega la libertà al dominio dell’irrazionale.
È ciò che la Rivelazione cristiana dice del mistero della caduta, ma che è visibile pure da altre prospettive, anche ad una visione laica, ma realistica, della condizione umana. Una progettazione politica solidamente realistica – e non vanamente utopica – dovrà infatti tenerne inevitabilmente conto.
Nel colloquio con Nicodemo Gesù chiede di andar oltre la pura conoscenza con queste parole: “…la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio” (Gv 3,19-21).
Sulla medesima linea è la lettera ai Romani: “…io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra. Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!” (Rom 7,21-25).
Dostoevskij qui avrebbe molto da dire.
È, perciò, un passo importante ma non sufficiente conoscere e rispettare le buone leggi e contare su istituzioni e organismi, ancorché genialmente concepiti. Ma è necessario sempre ripartire dall’uomo nel suo darsi concreto, con la sua complessità, con la sua grandezza e miseria. Risanato, troverà forse la forza – in linguaggio cristiano la grazia – per “viverle”.
