di Alberto Peratoner
Vi è un principio, un assai semplice principio, che suona “favor vitae”. Alla lettera, “favore della vita”. Da intendersi come favore nei confronti di, verso la vita stessa. Il “favore per la vita”, dunque. Significa semplicemente che la vita è preferibile alla morte, cosa che appare a prima vista scontata e persino banale, di consenso universale, e che ritroviamo in espressioni proverbiali quali, ad esempio, “finché c’è vita c’è speranza”.
Ecco, non lo è più. Perché quello che potremmo designare come una sorta di “problematicismo culturale diffuso”, cioè la tendenza a problematizzare e rimettere in discussione quelle dimensioni dell’esperienza altrimenti date per acquisite, ci ha portati ad intaccarle. Il cosiddetto postmoderno – che poi è ancora, in tutto, moderno – è precisamente questo. Mi correggo: è imprecisamente, fluidamente e indeterminatamente questo, perché, appunto, la sua qualità è una non-qualità, ardendo il suo fuoco sulla legna di una radicale rimessa in discussione della realtà nelle sue coordinate anche più elementari.
Si può ricostruire l’eziologia di un atteggiamento culturale così diffuso, e il discorso si farebbe complesso e ci porterebbe lontano, ma possiamo intanto indicarne un dato fondamentale nella trasformazione della nostra idea di libertà e del viverla, e la storia della libertà è storia del soggetto umano nella sua espressione più acuta. E quanto è cresciuto il soggetto, tanto è cresciuto il peso della libertà, proprio quale sublime espressione dell’umana dignità. Sino a farne un assoluto. Alla lettera, “sciolto-da”. Da legami e nessi con la realtà. Primi tra tutti, tra persone. Dalla persona umana come essere-in-relazione. Negare nessi stabili nella realtà sembra così, oggi, la più pura, ultimativa, eroica e grandiosa espressione di libertà. Devo poter dire di no, anche alla vita.
Il soggetto è solo, ma la persona è un bene di relazione. La pretesa – ma in sé ineseguibile – assolutizzazione della libertà scava il fossato della solitudine, rinchiude nel sé del sé soli e mortifica la vita, quanto la bontà della relazione ne qualifica il senso.
La semplificazione alla quale vediamo, nel dibattito in corso, ridurre la questione del fine vita e del suicidio assistito alla mera procedura di “istruzioni operative” del quando e del come, in sé coerente con questa chiusura autoreferenziale dell’io che de-cide, e taglia, persino con la vita, come fosse, alla fine, solo, rischia di decentrare tragicamente la gravità del problema, che è di responsabilità personale e sociale umana, prima ancora che cristiana. Mette inevitabilmente in campo e urge una profonda riflessione sul nostro guardare al mondo e alla vita, perché nel contorno del come pensiamo e agiamo la morte, proprio perché ne segna il limite ultimativo, si profila il senso che attribuiamo alla vita. E arrischia un inquietante “piano inclinato” sulla nostra stessa comprensione del valore della vita e dello stesso fatto di vivere di relazione e in relazione.
