La convivenza nello stesso palazzo fra nazionalità diverse non è sempre cosa facile. Lo sa bene Gesticond Venezia, l’associazione degli amministratori di condominio impegnata a interfacciarsi con i condòmini e con le loro esigenze ogni giorno.
La comunità bengalese, in terraferma, si sta ampliando sempre di più nei numeri e questo non fa che riflettersi anche sulla vita di condominio, in una convivenza quotidiana che porta con sé una serie di difficoltà non semplici da gestire, legate soprattutto a usanze e tradizioni differenti rispetto a quelle locali. «I bengalesi – spiegano da Gesticond Venezia – tendono a non avere una “cultura” del restauro degli appartamenti e della manutenzione della casa e questo rappresenta un problema. Spesso si vedono abitazioni trascurate, con impianti che non sono a norma e che potrebbero essere causa di pericolosi cortocircuiti anche per gli altri condòmini. Insomma, restaurano il minimo indispensabile e ciò non fa che generare disagi alle altre persone che abitano nell’edificio. Basti pensare alle spese straordinarie da effettuare soprattutto su palazzi vecchi, con componenti della comunità bengalese contrari a sostenerle».
Da via Cappuccina a corso del Popolo fino, almeno in parte, a via Piave: sono le zone scelte in questi anni dai bengalesi, che sentono la necessità – contrariamente ad altre nazionalità che optano per rimanere in affitto – di acquistare casa, anche perché le nuove generazioni «preferiscono non fare ritorno in Bangladesh. I giovani vogliono rimanere qui, tanto che stanno diventando imprenditori, acquisendo attività specialmente nell’ambito della ristorazione: soprattutto a Mestre, ma in qualche caso anche a Venezia. La loro comunità sta di fatto seguendo lo stesso percorso compiuto in questi anni da quei cinesi che hanno deciso di costruire la propria vita in Italia».
La ricerca di un appartamento ultimamente si è estesa a Marghera, dov’è più facile trovare immobili a prezzi un po’ più contenuti rispetto a Mestre, in linea con le disponibilità economiche di ognuno.
«C’è qualche bengalese che lavora nelle agenzie immobiliari in modo da rapportarsi direttamente con i propri connazionali, per aiutarli a cercare casa. Se fino a cinque anni fa la compravano nel loro Paese, adesso le cose sono cambiate. E vogliono rimanere tutti vicini fra loro, per fare comunità. Nel corso dell’ultimo anno abbiamo registrato addirittura questa tendenza: suonano i campanelli alla gente che risiede vicino a loro, per capire se sono interessati a vendergli il proprio appartamento, in modo da allargarsi ulteriormente e rimanere dove già ci sono altri connazionali. Hanno per di più i loro negozi di generi alimentari e d’abbigliamento, come pure Caf e agenzie di viaggio».
Da Gesticond Venezia segnalano inoltre, tra le novità, che «più di qualche bengalese acquista un appartamento e ne fa una locazione turistica, con i proprietari che optano per andare ad abitare in affitto con altri connazionali. Cosa che non potrebbero fare essendo, quella affittata, prima casa». Tra le difficoltà maggiori riscontrate dagli amministratori di condominio, l’ostacolo linguistico e l’abitudine frequente a non presentarsi alle assemblee condominiali, «che ci costringe a chiamarli in ufficio per avvisarli della loro morosità nei confronti di qualche spesa. Ci dicono di non capire – continuano da Gesticond Venezia – e allora, carte alla mano, mostriamo che sono chiamati ad effettuare una serie di pagamenti, proprio come gli altri condòmini. È un aspetto che non fa parte della loro cultura e che dunque faticano a comprendere, tanto da doverli accompagnare noi in tal senso».
Sul fronte della lingua, invece, prezioso il contributo dei figli, che con l’italiano hanno ben più dimestichezza per via della scuola. «Soprattutto le donne fanno fatica. Molte volte ci affidiamo ai loro bambini affinché facciano da traduttori quando abbiamo bisogno di parlare con la loro mamma, in modo che spieghino il motivo per cui siamo lì». Poi la questione dello smaltimento corretto dei rifiuti, «spesso lasciati fuori dalla porta o sul terrazzo»; e degli odori che provengono dalle cucine dei loro appartamenti. «A riguardo, le lamentele dei condòmini sono ricorrenti. Certo, non possiamo ergerci a “sceriffo” e questa cosa non sempre viene capita da tutti: quello che possiamo fare è inviare delle lettere avvisando quando non si stanno rispettando le regole del condominio. La risposta? Spesso ci viene riferito che non conoscono il regolamento. Il nostro, insomma, è un lavoro impegnativo».
Marta Gasparon

