Quanti sono gli stranieri nel Comune di Venezia? Stando ai dati di Venessia.com a fine 2024 (e solo considerando i residenti all’anagrafe) erano 41.864, 1.094 in più rispetto all’anno precedente.
Ed è solo grazie agli immigrati se la popolazione della terraferma e del centro storico si è mantenuta sostanzialmente stabile: 252.224 abitanti a fronte dei 252.340 del 2023. Una buona fetta viene dal Bangladesh, per via della vicinanza con Fincantieri e delle tante attività della ristorazione che sopravvivono proprio grazie a questi lavoratori, più sottoposti a marginalità e sfruttamento.
«Siamo quasi diecimila residenti in tutto il Comune», ricorda Kamrul Syed, uno dei portavoce della comunità e presidente della Venice Bangla School. Un dato che negli ultimi anni è quadruplicato. Al conteggio vanno aggiunte circa cinquemila persone con domicilio o alloggio e qui i numeri si fanno confusi: i bengalesi si aiutano, ospitano parenti e amici in attesa di stabilizzazione per cui sembrano sempre tanti, difficili da contare. Ma Syed afferma che un documento c’è sempre: «Con un visto turistico o con uno specifico rilasciato dal consolato o dall’ambasciata per motivi di lavoro, studio, familiari». Il ricongiungimento familiare è la leva che spinge verso l’alto la curva dei flussi migratori: non a caso, nel Comune di Venezia, il 23% dei bambini da 0 a 4 anni è di origine straniera, mentre tra i 6 e i 13 anni si arriva al 31% (dati assessorato al Welfare).
Anche Kamrul interviene sul tema della convivenza fra diverse culture: «Ai nostri corsi di italiano o di lingua bengalese per bambini diciamo sempre: “Non sentitevi ospiti, vedetevi come cittadini” e per farlo bisogna parlare, da una parte e dall’altra». E chiama ad esempio l’abitudine dei bangladesi di mangiare più tardi, a orari inconsueti per gli italiani: «Vanno spiegate le regole. L’amministratore di condominio deve dire chiaramente a tutti di partecipare alle riunioni, anche insistendo». Vietato assentarsi, insomma, perché, conclude, «per fare un applauso servono entrambe le mani. E per andare d’accordo bisogna volerlo entrambi». (A.M.)
