Nel 2008 l’arrivo a Ca’ Savio, nella parrocchia di San Francesco, e dal 2015 a Treporti, nella chiesa della Santissima Trinità, seguendo due comunità nello stesso Comune, per un totale di circa 8 mila residenti. Dal 25 ottobre don Alessandro Panzanato raggiungerà le parrocchie di San Marco di Mira Porte e San Nicolò di Mira Taglio. Quel giorno a Ca’ Savio e Treporti farà l’ingresso come nuovo parroco don Claudio Gueraldi, mentre in queste prime domeniche di ottobre don Alessandro sta salutando i suoi parrocchiani.
Don Alessandro, com’è stato l’arrivo a Ca’ Savio?
Inizialmente c’erano alcune difficoltà, sia pastorali sia economiche.
Quali sono state le sue priorità?
La prima è stata quella di strutturare la comunità. C’erano soltanto due catechisti, mentre i bambini iscritti al catechismo erano circa 250. Inoltre, la comunità era divisa anche per provenienza: c’erano i residenti, chi arrivava dal centro storico lagunare, dalle isole e dalle altre zone del litorale.
Oggi la situazione com’è cambiata?
È cambiata molto. La catechesi è stata organizzata e ha trovato i suoi catechisti, è stato strutturato il Grest e abbiamo creato il percorso del dopo Cresima, che prima non c’era. Oggi coinvolge anche alcuni studenti universitari.
A Ca’ Savio è nata anche la Scuola di Preghiera…
Sì, si tratta di un momento di riflessione davanti all’Eucaristia. Inizialmente era un’esperienza che coinvolgeva tutto il litorale, compresi Caorle ed Eraclea. Oggi si è concentrata sul territorio di Cavallino-Treporti.
Come hanno reagito i ragazzi a questa iniziativa?
Sono rimasti affascinati. Quando sono arrivato da Jesolo, alcuni ragazzi di quella comunità, che erano già stati animatori, mi hanno aiutato ad avviare il gruppo del dopo Cresima. È stato quindi un percorso che è stato accolto perché è stato proposto direttamente ai ragazzi. Lo hanno apprezzato e, nel tempo, si è consolidato.
Nel 2014 è arrivato anche l’ingresso nella comunità di Treporti.
«Nel 2015 è morto improvvisamente don Giorgio Barzan. Inizialmente sono diventato amministratore della parrocchia, poi il Patriarca mi ha affidato quella comunità, che era già ben strutturata.
Com’è stato gestire due parrocchie?
All’inizio è stato un po’ difficile, perché i treportini erano abituati ad avere un parroco dedicato alla loro comunità, che conta circa 2mila abitanti. Condividere il parroco con una realtà di circa 6mila abitanti non è stato capito subito. La stessa obiezione, del resto, poteva essere fatta dalla comunità di Ca’ Savio. Nella realtà, grazie soprattutto ai giovani, siamo riusciti a creare una comunità più unita, con attività condivise anche con i gruppi liturgici. È un cammino che non è finito e che continua, però i risultati ci sono stati. Ricordo che, attraverso le collaborazioni pastorali, ci siamo allargati anche a Ca’ Vio e Cavallino. I giovani e l’esperienza della Scuola di Preghiera sono stati determinanti. Collaborando per i campi scuola e per altre attività, sono stati fatti importanti passi in avanti.
I giovani, spesso considerati una parte difficile da coinvolgere, hanno avuto invece un ruolo fondamentale…
Qui i giovani sono stati la spinta per avviare un processo che poi è stato seguito anche dagli altri parrocchiani.
Anche la Via Crucis viene celebrata insieme…
Sì. Per motivi logistici si parte da Treporti e si arriva a Ca’ Savio. Abbiamo iniziato a farla insieme e questa tradizione continua. Sono soprattutto i giovani a viverla e a organizzarla, così come le celebrazioni della Domenica delle Palme. La Veglia pasquale, invece, viene celebrata alternativamente: un anno da una parte e un anno dall’altra.
A Ca’ Savio c’è stata anche la realizzazione del patronato…
Sì. Era uno dei grandi impegni che la comunità chiedeva fin da quando è nata la parrocchia. Ci sono voluti otto anni per riuscire ad avviare i lavori, anche per la necessità di sistemare la parte economica. Una volta partiti, i lavori sono durati quattro mesi.
Quanto il nuovo patronato ha inciso nel cambiare l’organizzazione della comunità?
Il patronato ha messo a disposizione quei locali che mancavano, soprattutto per i giovani e per la catechesi. Sono spazi utilizzati per il Grest, ma anche dalla comunità per gli incontri e le diverse attività.
Qual è stato il momento più difficile di questi anni?
Difficile è sempre stato l’inizio. Anche il Covid, con tutte le sue difficoltà, tutto sommato siamo riusciti ad affrontarlo con la giusta assistenza spirituale. È stata una sfida che abbiamo gestito insieme. Ricordo anche una prima riunione che si è tenuta nella sala del Consiglio comunale. Il periodo dopo il Covid, invece, è stato più difficoltoso, perché è venuta meno la partecipazione delle persone alla Messa.
E il momento più bello?
Sono tanti. Alla fine, è stata più la bellezza delle difficoltà. C’è stato un momento particolare in cui la comunità mi ha sostenuto e mi sono sentito accompagnato. Poi ci sono i tanti momenti comunitari: il nuovo piazzale, il patronato, i lavori nella chiesa di Treporti.
In questi anni è stato importante anche il rapporto con le istituzioni e con le forze dell’ordine…
Dal 2009 ho svolto il servizio di padre spirituale per i Carabinieri. Con la Capitaneria di porto e la Guardia di Finanza sono sempre stato vicino e si sono creati legami profondi.
E ora che lascia le due parrocchie, continuerà a frequentare la laguna per vogare?
Da quando ho seguito le due parrocchie non ho più avuto tanto tempo, però conservo la mia gondola, i miei remi e le mie forcole. Sono ancora inserito nel mondo della voga.
Quindi potremo ancora vederla qui?
Se ci sarà l’occasione, ben volentieri.
Ha già preso contatto con le nuove parrocchie?
Ho già avuto i primi incontri con i giovani e con i catechisti.
Cosa sente di dire alle due comunità che lascia?
Di essere se stesse e di continuare il percorso avviato. Ho sempre insistito su un aspetto: devono servire il Signore e non il prete.
Giuseppe Babbo
