Le foto del primo anno, il video del secondo e il diario del terzo. Protagonista la montagna. Ma, soprattutto, sono protagonisti i ragazzi che hanno accolto la sfida di “Mettersi alla prova in roccia”, partecipando al progetto promosso dall’associazione La Gabbianella e altri animali. Mercoledì 10 settembre alle ore 17,30 presso la Tesa 1 del Cfz-Ca’ Foscari Zattere, sarà inaugurata la mostra che ripercorrerà i tre anni del progetto rivolto a ragazzi, alcuni minorenni, ma comunque molto giovani, che hanno avuto qualche problema con la giustizia e che anche attraverso la scalata in montagna stanno ritrovando la strada giusta nella loro vita.
La terza edizione del progetto, reso possibile da un finanziamento regionale, ma anche dal sostegno della Fondazione Silla Ghedina e dalla collaborazione con il Cgm (Centri per la Giustizia Minorile) di Venezia e con l’Ufficio Servizio sociale per i minorenni del Ministero della Giustizia, oltre che con la presenza fattiva del Cai, ha coinvolto quattro ragazzi, coordinati da Carla Forcolin, già presidente della Gabbianella. Un’associazione che in oltre vent’anni tanto si è spesa in favore dell’infanzia e dell’adolescenza, ma che ora è giunta al capolinea: alla prossima assemblea straordinaria verrà annunciata la chiusura, dovuta in particolare alla mancanza di ricambio generazionale all’interno del direttivo. Ma la speranza di tutti è che i suoi progetti possano essere portati avanti da altre realtà. In particolare si vorrebbe che il progetto “Mettersi alla prova in roccia”, molto apprezzato anche dalle istituzioni coinvolte, potesse proseguire anche in futuro.
Intanto vale la pena ripercorrere quanto fatto in questi tre anni, grazie alle foto e ai video che – pur garantendo l’anonimato dei ragazzi – saranno visibili alle Zattere nella mostra realizzata anche con la collaborazione dell’università, tramite il coinvolgimento di una studentessa in stage. Tanto diversi sono i mezzi di comunicazione utilizzati (foto, video, diario corredato di fumetti), altrettanto diverse sono state le esperienze con i ragazzi. «Pensando in particolare al secondo e al terzo anno devo dire che il gruppo dell’anno precedente era composto da ragazzi fisicamente molto forti, che non hanno avvertito la fatica di andare in montagna. Ma le fatiche sono state altre, in quel caso», racconta Carla Forcolin. «L’anno scorso dovevamo tenerli di più sotto controllo, avevano un linguaggio molto volgare, volevano fumare… Comunque alla fine anche quell’esperienza era andata bene, al punto che siamo ancora in contatto con loro, così come con quelli del primo progetto: addirittura mi telefonano per chiedermi di tornare insieme in montagna. Questa volta – racconta Forcolin – ho fatto i conti anche con la pigrizia: siamo partiti in sei, ma una ragazza non è mai venuta perché non trovava chi l’accompagnasse, anche se non sarebbe stato difficile per lei utilizzare i mezzi pubblici. Un altro ragazzo è venuto due volte e poi basta, anche se gli era piaciuto. Il motivo? Mi ha rivelato che per lui era faticoso alzarsi presto al mattino… I quattro che hanno proseguito hanno vissuto esperienze formative belle, importanti. Erano motivati: un ragazzo arrivava da un’isola veneziana e per lui sì che venire significava alzarsi molto presto. Però fisicamente hanno fatto fatica, oltre che dal punto di vista organizzativo: qualcuno non si ricordava di portarsi il pranzo o l’acqua, o l’equipaggiamento adatto. Fortunatamente la guida che ci ha seguito quest’anno è stata splendida e ci ha aiutato in tutto. Anche se ad un certo punto ho preteso dai ragazzi che si impegnassero di più nel rispettare le indicazioni, perché anche questo tipo di disciplina per loro era utile».
E poi, in questo percorso di formazione e di crescita, c’è stato l’approccio alla montagna: «Qualcuno non ci era mai stato. Conoscere la montagna, apprezzarne la bellezza è stato quasi commovente. Abbiamo fatto delle uscite molto belle, in particolare l’anello del Fanes e il Nuvolao, raggiunto da passo Giau: percorsi anche lunghi, che hanno comportato impegno fisico. E riuscirci significa aumentare la propria autostima, un elemento costante in questo progetto. I ragazzi hanno sperimentato la condivisione con gli altri, la relazione e il rispetto. La cosa bella che è in tutti loro, anche quelli degli anni precedenti, è rimasto qualcosa di positivo. Il fatto di sentirsi seguiti da qualcuno che li incalzava, che gli chiedeva di essere presenti, di non arrivare in ritardo, per molti di loro era qualcosa di nuovo, di mai provato. Tutto questo potrà portare frutto in futuro».
E se il futuro dell’associazione La Gabbianella è ormai segnato (qui l’articolo), nulla esclude che il progetto possa proseguire con il supporto di altre realtà: «Lo speriamo davvero».
Serena Spinazzi Lucchesi

