C’è un prima e un dopo nella vita di Barbara Battagliarin. Prima di quel 2 settembre la sua vita era un turbinio di impegni: «Il lavoro, i figli, i nipotini, i genitori anziani. E poi il volontariato… Non mi fermavo mai». Il dopo è un istante di buio, un ricovero repentino e un risveglio traumatico: emorragia cerebrale, la parte sinistra del corpo compromessa. «Mi sono ritrovata totalmente bloccata, dipendente dagli altri. Proprio io che fino ad allora gli altri li aiutavo… E’ stato uno shock».
Dopo cinque mesi di ricovero tra terapia intensiva, reparto ospedaliero e riabilitazione, da pochissimi giorni Barbara è tornata a casa. Si muove in sedia a rotelle, aiutata dai figli, riesce a fare solo qualche passo con l’ausilio di una stampella e l’uso della mano è limitato. Ma davanti a sé ha un obiettivo: «Tornare ad essere autonoma». E un impegno: «Quando potrò, farò la volontaria ospedaliera. Ho visto tante persone anziane ricoverate. Persone sole, che soffrono. E ho visto quanto bene fa avere qualcuno accanto, qualcuno che ti dia supporto». E Qualcuno, con la maiuscola, Barbara lo ha sentito accanto sempre. Per questo, nonostante i tanti momenti di sconforto, la fede è rimasta salda e non l’ha mai messa in discussione: «Anzi. Ho pregato e ho sentito un’energia speciale venire da chi ha pregato per me», racconta. «Non ho mai chiesto il perché di questa prova e perché sia capitata proprio a me. Il Signore ha deciso così e ha anche deciso di salvarmi: mi sono detta che il motivo un giorno lo capirò, ma se sono qui vuol dire che ho ancora qualcosa da fare quaggiù»
Partiamo dal “prima”…
Lavoravo in banca, nella filiale del Lido. Che da casa mia, a Cannaregio, non è una passeggiata soprattutto nei mesi invernali. Poi facevo volontariato: sono vicepresidente dell’associazione Masegni e Nizioleti, che ripulisce i muri di Venezia dalle scritte vandaliche. Sono donatrice di sangue per l’Avis. E diffusora, da tantissimi anni, di Gente Veneta per la parrocchia di Sant’Alvise. Ho tre figli maschi: Alvise, il più grande, ha 29 anni ed è sposato mentre i due più piccoli, Tommaso e Mattia, hanno 18 e 25 anni e vivono ancora con me. Sono nonna di tre nipotini: ma sono una “nonna giovane”, perché ho appena 55 anni e con loro mi piace giocare. Ho poi i due genitori, di 85 anni: sono in gamba ma vanno comunque seguiti.
Arriva dunque il 2 settembre.
Un martedì. Fatalità mi era stato chiesto di lavorare per qualche giorno in filiale a Cannaregio, quindi ero contenta perché stavo vicina a casa. Non c’era motivo per cui fossi stanca. Eppure arrivata a casa mi sono sentita stanchissima. Mi è venuto un forte mal di testa e ho iniziato a vomitare. A casa per fortuna c’erano i miei figli, Mattia e Tommy. Mi hanno detto: “Chiamiamo l’ambulanza”, io non volevo, mi sembrava una stupidaggine. Invece Mattia ha guardato in Internet i sintomi e ha deciso di chiamare. Io nel frattempo sono svenuta.
E poi?
L’ultimo ricordo che ho è che dicevo “no, no, non chiamare l’ambulanza”. Poi più nulla. Mi hanno poi raccontato che il 118 è arrivato subito e qui è successa un’altra cosa provvidenziale. Un soccorritore ha capito la gravità e ha insistito perché anziché andare al Civile venissi portata all’Angelo. Hanno organizzato subito il trasporto in ambulanza e allestito la sala operatoria.
E’ stato guadagnato tempo prezioso…
Assolutamente. La situazione era davvero critica: mentre ero in sala operatoria ogni tanto un medico usciva e diceva ai miei figli e ai miei genitori “non sappiamo se ce la facciamo a salvarla” e tornavano dentro. Non so cosa sarebbe accaduto se si fosse perso tempo con gli esami e solo dopo il trasferimento da Venezia a Mestre.
E al risveglio?
Dopo una settimana di coma, tra quello spontaneo e quello indotto, mi sono risvegliata. E’ stato traumatico: i miei lunghi capelli erano stati tagliati per l’operazione alla testa ed ero immobile. Ma lucidissima. Non ho mai perso le mie capacità cognitive, anzi appena sveglia mi sono messa a ricordare tutto l’albero genealogico della mia famiglia per avere la certezza di non aver dimenticato nulla. Ma è stata durissima sul piano psicologico.
Quanto è durato il ricovero?
Sono stata prima in terapia intensiva e poi in reparto normale. Poi al Fatebenefratelli per la riabilitazione. In tutto cinque mesi. Sono uscita una settimana fa. Non è stato facile, tutta la parte sinistra del corpo era bloccata. Ho fatto tanta riabilitazione, mi è stato insegnato di nuovo a compiere gesti della quotidianità che non riuscivo più a fare. Ma non mi voglio fermare qui. Voglio tornare completamente autonoma. E’ stato difficile, ma non ho mai mollato.
Cosa ti ha dato la forza in questo tempo?
Il mio carattere combattivo sicuramente. Ho avuto un supporto psicologico per affrontare tutto questo, ma non solo… Tante persone mi sono state vicine, i familiari e gli amici. Tanti mi sono venuti a trovare, altri fermavano i miei figli e mi mandavano dei messaggi. Tutto questo sostegno è stato decisivo. Tanti poi hanno pregato per me.
Quanto ha contato il supporto della fede?
Tantissimo. Non ho messo in discussione il disegno di Dio su di me. E anzi ho sentito la spinta della preghiera, come un’energia positiva che mi aiutava ad uscire da questa situazione. E poi ho condiviso la fede con le persone che erano ricoverate. Abbiamo partecipato insieme alla Messa domenicale, anzi ho cercato di fare in modo di animarla. Al Fatebenefratelli non sempre c’era un sacerdote così ho chiesto al parroco don Luciano di mandarci qualcuno stabilmente per la domenica. Poi è stata ricoverata lì anche mia mamma e abbiamo vissuto insieme sia la riabilitazione che la condivisione di questi momenti di fede. E’ nata una specie di comunità. Mio figlio ci portava le fotocopie dei canti. Io per scherzare dicevo che eravamo le pecorelle con le carrozzelle…
Cosa ti ha insegnato questa prova?
A non lamentarmi. Giuro che se mai tornerò al lavoro non mi lamenterò più per i lunedì mattina. E a chi si lamenta per niente gli farei fare un giro per gli ospedali. Poi vediamo se si lamentano ancora o se si arrabbiano per nulla…
Come è stato tornare a casa?
E’ stato bellissimo, anche se non è facile. Per il momento c’è sempre qualcuno con me. Ci sono i miei figli o ci sono alcune signore che mi aiutano. Soprattutto non vogliono che stia da sola, hanno paura che possa cadere. Ero già tornata a casa per il giorno di Natale per il pranzo in famiglia. Mentre appena dimessa, gli amici di Masegni e Nizioleti mi hanno fatto una sorpresa: sono venuti a prendermi e hanno organizzato una giornata per me.
E il tuo percorso riabilitativo come procede? Pensi che potrai tornare a lavorare?
Io per ora sono in malattia e non so cosa potrò fare in futuro. Per ora proseguo con la fisioterapia e sto facendo molti progressi. Il mio obiettivo è ritornare autonoma, ma non so se potrò tornare a lavorare, vedremo. Però vorrei tornare a fare volontariato e mi voglio dedicare proprio a chi è ricoverato. Già prima ero sempre disponibile con le persone anziane, anche al lavoro cercavo di aiutarle se avevano problemi con la tecnologia o persino con i referti medici. Penso di essere portata per aiutare gli anziani: quando sono stata ricoverata, dopo che abbiamo partecipato a dei momenti di svago, ad esempio una tombola o la festa di San Martino, poi erano loro che mi cercavano per stare in compagnia. Da tutto quello che mi è successo ho cercato di vedere il bene comunque, come le amicizie e i legami che si sono creati in ospedale. E il sostegno dei familiari e degli amici che mi sono stati vicini. E continuano ad esserlo anche ora: c’è tanta strada da fare per me, ma sono forte e non voglio mollare proprio ora.
Serena Spinazzi Lucchesi
«GRAZIE AL SOCCORRITORE CHE MI HA SALVATA»
C’è una “sliding door” nella vicenda di Barbara Battagliarin. Un momento decisivo che le ha cambiato il destino e molto probabilmente l’ha salvata. «E’ la decisione presa da uno dei soccorritori chiamati dai miei figli. Quando sono arrivati a casa un operatore del 118 ha capito la gravità e ha deciso di farmi andare direttamente all’ospedale dell’Angelo mettendo in moto tutte le procedure perché venissi operata immediatamente. Se non fosse stato così forse oggi non sarei qui. Per questo lo vorrei tanto ringraziare».
Tramite l’Ulss siamo risaliti al nominativo di questo operatore: è l’infermiere Flavio di Benedetto. «Con quella decisione mi ha salvata, non smetterò mai di ringraziarlo». Alla tempestività del soccorso si somma poi l’intervento chirurgico per ridurre l’entità dell’emorragia: «All’Angelo il reparto di neurochirurgia è all’avanguardia. E oltre all’eccellenza medica devo dire che ho trovato anche una grande umanità». (S.S.L.)
