Se un mobile antico potesse parlare sicuramente racconterebbe tante storie del suo passato. Per esempio, cosa hanno conservato i cassetti di quella piccola scrivania dei genitori: forse lettere d’amore? L’orologio da taschino del bisnonno? E quei ripiani lì in bella vista in una vetrinetta, ingentilita da merletti, chissà quanti servizi di piatti e bicchieri hanno esposto, protagonisti di tanti pranzi in famiglia. Per non parlare del cassettone della nonna, scrigno prezioso per la conservazione dell’abito da sposa, ricordo di un giorno unico, rigorosamente al profumo di lavanda. Anche i mobili però necessitano di attenzione: l’uso, i tarli, il tempo che passa inesorabile, certo, non li aiutano. Ma niente paura: c’è chi può riportare agli antichi splendori anche un pezzo malconcio, usurato e dall’aspetto oramai stanco. E non si parla di maghi dalla bacchetta magica ma di professionisti preparati che con lo studio, l’esperienza sanno ridare splendore ad un oggetto che, appunto, ci parla del tempo che è stato, testimone di tante vite vissute. A Mirano, in via Colombo 1, nella bottega di Alvise Jani, restauratore per passione, è come fare un viaggio nel passato tra oggetti i più vari: mobili, vasi, quadri, specchiere e tanto altro.
Il lavoro del restauratore è infatti come quello di un bravo medico che scoperto il malanno agisce di conseguenza su ogni singolo “paziente” con terapie, in questo caso tecniche, ad hoc, apprese negli anni e con specializzazioni mirate perché tutto possa ritornare alla bellezza di un tempo. Ma nulla avviene per caso. Racconta infatti Alvise Jani che dopo aver conseguito il diploma di maturità artistica e aver frequentato il quinto anno integrativo nel ’96- ’97 presso il liceo artistico statale di Venezia, ha aggiunto alla sua preparazione il diploma, dal 1998 al 2000, del corso di “restauro e conservazioni delle opere d’arte, settori materiali lapidei e sculture lignee” preso UIA (Università Internazionale dell’Arte di Venezia).
La sua è una lunghissima tradizione familiare. Il padre è sempre stato collezionista e sua madre antiquaria con una attività già dalla fine degli anni ’60. Anche le sue sorelle hanno proseguito la tradizione di famiglia sino a pochi anni fa. «Tutto questo, mi ha quasi obbligato ad intraprendere la strada del restauro», racconta Alvise. «Sono stato molto fortunato perché i miei genitori mi hanno insegnato la sensibilità per il bello, per la storia e la tradizione. La base del mio lavoro rimane la manualità, l’esperienza e la conoscenza di tecniche artigianali e artistiche. Alcuni oggetti di particolare importanza e pregio, poi, richiedono un uso di prodotti e materiali che siano in linea con le tecniche dell’epoca in cui l’opera è stata realizzata».
E la tecnologia? «No, non è rilevante nella mia attività e nemmeno quello di cui oggi si parla tanto e cioè l’intelligenza artificiale. Il computer sì, a volte mi serve per relazionare su alcuni lavori che necessitano di una documentazione dettagliata su materiali, uso di tecniche, ma resta un uso limitato».
Nei suoi interventi di restauro non c’è una precisa routine, e ciò fa del suo lavoro una ricerca di studio continua. «Mi piace – precisa – non ripetere in ogni restauro la stessa tecnica e metodologia, e i lavori che preferisco rimangono sempre i pezzi di una certa importanza storico-artistica. Mi piacerebbe infatti partecipare al restauro di un’opera d’arte di importanza internazionale, magari un capolavoro di un grande maestro del passato. È un obiettivo ambizioso, lo so, ma non smetto di sperare che un giorno possa capitarmi la possibilità di lavorare su qualcosa del genere».
E i clienti sono cambiati negli anni? «In parte sì, rispetto agli inizi: fra questi, alcuni, collezionisti e appassionati d’arte, hanno una profonda conoscenza dell’antico e delle tecniche del restauro. Ma c’è anche una clientela che affida il restauro dei propri manufatti non per la preziosità o importanza degli stessi, ma per i tanti ricordi affettivi che rappresentano. Il restauro è e rimane un lavoro cosiddetto “di lusso” e, quindi, la fascia delle persone che richiede i miei servizi è una fascia medio-alta».
Tra i tanti restauri realizzati, Alvise ne ricorda in particolare uno e lo racconta con un pizzico di emozione: «Era una preziosa poltroncina da gondola del 1700 che mio padre aveva acquistato e regalato a mia madre e che ho recuperato con un restauro minuzioso. Quando l’ho portata nel mio laboratorio, era in condizioni veramente critiche, ma ho voluto riportarla alla sua antica gloria come tributo ai miei genitori. È stato un lavoro lungo e delicato, ma vedere il sorriso dei miei genitori quando l’hanno vista è stato il premio più grande. È un pezzo che non solo ha recuperato la sua bellezza, ma che porta con sé anche un grande valore emotivo».
Ad Alvise sono anche capitate opere un po’ bizzarre da restaurare come quella volta che un cliente gli ha portato un portapietanze fatto a colonna ebanizzata con decori dorati: un oggetto curiosissimo che non aveva, ammette, mai visto nella sua carriera lavorativa. E aggiunge: «Mi sono dedicato recentemente anche al restauro del bancone storico danneggiato dalla alluvione del 2019 presso un famoso bacaro di Venezia». E infine «il restauro – sottolinea Alvise – non è solo un modo di preservare il passato, ma anche un atto di sostenibilità. In un momento in cui si parla di riutilizzo e di riduzione dello spreco il nostro lavoro è un esempio concreto di come sia possibile dare nuova vita a pezzi che sarebbero altrimenti stati abbandonati o distrutti. Ogni volta che restauriamo un pezzo stiamo anche contribuendo a ridurre lo spreco e promuovere un futuro più sostenibile». Restaurare quindi è un lavoro di cura, pazienza e attenta connessione con la storia, con un occhio però anche… ad un futuro più sostenibile.
Antonella Ruggieri
