Qualche volta è un freno, qualche altra uno stimolo. Il viaggio in questo caso è stato una componente del “divertimento”: ad Assisi un’esperienza a scatola chiusa. Ora il pacco è aperto: un delizioso cofanetto.
Sette ragazzi delle superiori di Borbiago, assieme a due ragazze un po’ più grandi (“venute a fare servizio”), si sono sentiti dire “Tu sei il sogno di Dio”. Di solito il sogno ha contorni sfumati e infatti i quattro giorni, viaggi compresi, da sabato a martedì scorsi, non possono spiegare tutto. Il loro è un racconto polifonico: da ognuno un aspetto particolare. «Abbiamo ascoltato cose profonde per la vita di tutti i giorni, anche per chi non crede». «Esperienza positiva, infatti, anche per me, che non ho una fede fortissima… Attività belle, temi interessanti».
I frati solitamente tengono la barba… ma sono tutt’altro che “barbosi“; ci sanno fare: «Conoscono bene sentimenti e dinamiche dell’animo umano. Sanno trattare le complesse situazioni della vita delle persone». Non è l’impressione di uno solo: «Erano molto empatici. Affrontavano con competenza le nostre problematiche e le loro analisi e riflessioni sono state molto utili». Quindi, cosa potremmo imparare da loro? Verrebbe da dire: «A entrare bene in sintonia con gli interlocutori».
Una comunicazione anche “ambientale”. Alla Porziuncola, l’ultima sera, un silenzio eloquente: un’atmosfera carica di effetto, «probabilmente perché tutti stavamo pensando e sentendo le stesse cose… il momento più bello e intenso del viaggio». Una sorpresa: «Venendo qui, non cercavo niente; però mi mancava una fede più certa. Mi porterò dietro nuove amicizie e più sicurezza su alcuni argomenti».
Anche nei rapporti con le persone. «Una libertà dai giudizi: dalla preoccupazione di essere come gli altri vorrebbero che io fossi». Se poi la domanda è – come ha fatto San Francesco all’inizio riparando una chiesetta di periferia – quale piccola pietra è da rimettere a posto per rendere il mondo più simile al sogno di Dio? La risposta è di sostanza: «Il rapporto con gli altri e con me stesso; i legami affettivi». È un bisogno profondo che sentono i ragazzi.
L’affiatamento con gli altri coetanei, di diversa provenienza, è cresciuto ora dopo ora. Simili le motivazioni e le aspettative. «Siamo passati dall’imbarazzo del primo giorno al cantare bene tutti assieme dell’ultimo giorno». «Il gruppo si è fatto unito, ben coordinato nel canto, ma soprattutto convinto e con voce decisa. Si sentiva che eravamo contenti». Letizia perfetta.
Giovanni Carnio
