Obiettivo raggiunto per “Passi dopo passi – Integrazione sociale e occupabilità nel Comune di Venezia”, l’iniziativa di inclusione dal basso finanziata dal fondo europeo FSE+ 2021–2027, che in 12 mesi è riuscita a coinvolgere 136 persone in percorsi di formazione per migliorare il loro accesso nella società veneziana. «In maggioranza sono state donne – racconta Antonio Dori, presidente di Formaset Scarl, società capofila nel progetto – e nel 70% delle attività finanziate si è trattato di corsi di italiano».
La progettualità, promossa dal Comune di Venezia e una rete di associazioni del territorio quali Venice Bangla School, Passacinese, Viva Piraghetto, Gruppo di Lavoro Via Piave Aps, cooperative sociali Caracol, Micro.Mag, Ovest, Benvenuti al Sud – Tomato & Basil, è stata avviata a luglio 2025 ed è stata conclusa entro lo stesso mese del 2026. «Abbiamo lavorato in prevalenza con immigrati provenienti dal Bangladesh – aggiunge Dori – una comunità molto presente a Mestre, che nella compagine femminile vede ancora il gruppo più bisognoso e isolato».
Oltre ai corsi di lingua da 80 ore ciascuno, sono stati attivati anche laboratori per proseguire il percorso di formazione in inclusione sociale, con attività di artigianato per classi da 10 persone e successivo avvio di tirocini da 40 ore. Fra i docenti, assieme ai madrelingua, c’era anche una ragazza bengalese che parla molto bene l’italiano e i cicli erano composti da 8 persone, in modo da incentrare la pratica su attività di conversazione e simulazione di situazioni di tutti i giorni. Per l’individuazione dei beneficiari le associazioni del territorio hanno avuto un ruolo determinante, garantendo di saturare velocemente i posti disponibili.
«Il progetto nasce come continuità al precedente “Passi” – racconta il presidente di Formaset Scarl – quindi eravamo già preparati e abbiamo avuto un ottimo riscontro, tanto che potenzialmente avremmo potuto raddoppiare l’offerta da quante erano le richieste, soprattutto di corsi di italiano per stranieri. D’altronde imparare una lingua è il primo requisito per potersi integrare in un Paese e la comunità bengalese è molto numerosa, complice anche molti arrivi recenti. Nonostante questo, però, al momento non ci sono fondi ulteriori dichiarati dalla Regione e la programmazione europea è in via di conclusione».
In un territorio come quello veneziano, ricco di immigrazione e bisognoso di politiche di inclusione, il tema può risultare critico. «La possibilità di acquisire competenze gratuite non è stata da poco – precisa Dori – e chi faceva domanda poteva beneficiare anche del bonus occupazionale gestito dalla Regione per ottenere fino a 5 mensilità per importi dai 200 ai 700 mensili; senza incentivi resta tutto a carico dei singoli che, se appartengono a una comunità un po’ chiusa, rischiano di restare così isolati dal resto dei cittadini. Esistono dei canali interni tra bengalesi che permettono di ricevere supporto per la burocrazia e le pratiche amministrative, ma questo da solo ovviamente non basta per sentirsi integrati, i documenti non sopperiscono alla conoscenza di una lingua».
Certo il tema dell’immigrazione resta complesso, ma la pratica dell’idioma del Paese di destinazione resta prioritario: «Il rischio è che in luoghi come Venezia – commenta Dori – dove la comunità straniera è molto concentrata, non si senta proprio il bisogno di integrarsi, vivendo in una sorta di enclave che permette di non uscire da una zona di confort per confrontarsi con l’ambiente esterno alla propria cerchia. E questo proprio a partire dalle donne. Se però si entra in società si è costretti a farlo. Non è un processo semplice ma va governato, perché siamo di fronte a un fenomeno che si ingrandisce sempre di più e che, in zone come Mestre, sta diventando una sfida per i prossimi anni».
Se i numeri di persone straniere infatti aumentano, l’integrazione non va di pari passo, soprattutto quando di base ci sono culture e modi di vivere molto diversi fra Paese di partenza e di arrivo che, unito a un atteggiamento di chiusura da entrambi i fronti, non può che portare ad un peggioramento della situazione. «Va svolto un lavoro di comprensione e di metodo mai fatto finora – conclude l’imprenditore sociale -. Al momento Venezia è una terra di conquista in cui una serie di situazioni rendono il quadro complicato. Di certo il pubblico dovrebbe avere un ruolo più attivo e non limitarsi a produrre regole che vengono sistematicamente scavalcate. La passività non porta a nulla di migliore e non si può pensare che per integrarsi basti la buona volontà dei singoli; dobbiamo evitare di creare ghetti, che storicamente non hanno mai avuto un esito positivo».
Massimiliano Moschin
