C’è chi ha trovato il modo di colorare il denim non con processi chimici tossici ed altamente inquinanti come avviene oggi, ma grazie ad un ecologicissimo cianobatterio che, oltre a colorare di blu il tessuto con cui si fanno i jeans, il denim appunto, non inquina, riduce al minimo le emissioni di anidride carbonica e a fine lavorazione può essere usato come compost.
A fare questa scoperta un gruppo di biologi dell’Università di Padova, che dimostrano una volta di più come ricerca, scienza e tecnologia possano essere alleati strategici nella lotta all’inquinamento globale e nell’aiuto ad un’economia sostenibile.
Quello del jeans “green” è uno dei progetti che più hanno catturato l’attenzione dei valutatori nel corso del primo “Pitch Day”, tenutosi il 27 giugno scorso, presso il campus economico San Giobbe di Ca’ Foscari a Venezia.
La premessa sta in un problema: se l’agricoltura è responsabile di quasi il 20% delle emissioni che alterano il clima, in buona compagnia con trasporti, riscaldamento residenziale e industria, come si fa a ridurne l’impatto sull’ambiente?
E quale può essere il contributo delle bio-tecnologie alla riduzione degli impatti dell’industria, appunto tra i settori a più alto impatto ambientale?
Tra Venezia e Treviso, più precisamente a Roncade, si occupa di trovare il modo di farlo Future Farming Initiative, l’iniziativa congiunta pubblico-privato che ha federato una quindicina tra Università e Centri di Ricerca da una parte e, dall’altra parte, Zero Farms, azienda privata di cui Daniele Modesto è Presidente e Ceo. 20 i milioni di euro a disposizione di Future Farming, metà dei quali conferiti da Ca’ Foscari nell’ambito di un finanziamento per la ricerca collegato al PNRR e l’altra metà da privati. Future Farming Initiative punta ad entrare in contatto con gruppi di ricerca e aziende biotecnologiche neocostituite per accompagnare e gli uni e le altre lungo un percorso di crescita volto ad affrontare la prova del mercato. La sfida in breve è quella di trovare soluzioni allo stesso tempo sostenibili ed economicamente convenienti per l’agricoltura e i settori connessi.
Da tutto ciò, appunto, la presentazione di dieci progetti di ricerca oggetto di una prima tornata di finanziamento. Ad aprire i lavori il professor Carlo Bagnoli, ordinario di economia e management e Presidente di FFI.
E non di solo denim si è saziata la curiosità dei presenti: c’è anche (fra chi ha presentato gli altri progetti) chi si occupa di fornire neonate larve di insetti per produrre le farine per i mangimi animali, riducendo così il ricorso alla carne di altri animali, il cui allevamento ha un impatto devastante sull’ambiente; o chi ha trovato il modo di irrigare i campi con il minimo dispendio di acqua grazie ad un sistema di sensoristica a terra collegato a sua volta ad un sistema di rilevazioni satellitari, o chi ancora ha capito come monitorare la produzione di latte in modo tale che ne vada sprecato la minor quantità possibile.
Tra gli elementi comuni alle diverse soluzioni c’è il rispondere alle sfide ambientali della riduzione delle emissioni di anidride carbonica così come l’eliminare le lavorazioni tossiche e ridurre l’utilizzo di energia. E Future Farming, prossima a pubblicare un secondo bando per nuovi finanziamenti, va incontro a queste realtà aiutandole a far crescere il livello di prontezza tecnologica (TRL) in un arco temporale di circa tre anni con conferimenti di taglio medio compreso tra i 500mila ed il milione di euro.
Fabio Poles
