Parigi, per qualche ora, ha avuto un volto inatteso.
Non quello delle vetrine, dei boulevard, dei palazzi della politica. Ma quello di migliaia di persone ferme ad aspettare. Giovani negli stadi, famiglie lungo gli Champs-Élysées, anziani, religiosi, curiosi. Una folla troppo grande per essere liquidata come nostalgia, troppo giovane per essere considerata il residuo di un mondo che non c’è più.
È forse questa l’immagine più forte lasciata dal viaggio di Leone XIV in Francia.
Non semplicemente il successo di un Papa. Qualcosa di più difficile da spiegare.
Perché quella folla è apparsa nel cuore di una delle società più secolarizzate d’Europa, proprio là dove da decenni siamo abituati a pensare che la questione religiosa appartenga ormai alla sfera privata, quasi fosse un linguaggio destinato lentamente a scomparire.
E invece eccola di nuovo. Non necessariamente come ritorno alla Chiesa. Non sarebbe serio dirlo. Ma certamente come domanda.Una domanda di senso.
Leone XIV sembra averlo compreso. Per questo non è arrivato a Parigi per rivendicare spazi perduti o per misurare la forza del cattolicesimo francese. Ha fatto qualcosa di più semplice e insieme più radicale: ha parlato dell’uomo.
Della libertà, prima di tutto. Una delle grandi parole della Francia e della modernità. Ma una libertà che rischia di diventare soltanto possibilità di scegliere, senza sapere più che cosa meriti davvero di essere scelto.
Ha parlato della vita fragile, mentre l’Europa discute sempre più di nascita, malattia, vecchiaia e morte come problemi da governare. Ha ricordato che il valore di una persona non coincide con la sua efficienza.
Ha parlato di intelligenza artificiale, proprio mentre affidiamo alle macchine capacità sempre più grandi, ricordandoci però che nessun algoritmo potrà rispondere alla domanda che accompagna l’uomo da sempre: perché vivo? Ed è forse questo il punto.
Abbiamo costruito società capaci di offrire quasi tutto, ma non necessariamente una risposta al bisogno di significato.Possiamo comunicare continuamente e sentirci soli. Possiamo vivere più a lungo e non sapere per che cosa vivere. Possiamo moltiplicare le possibilità e restare paralizzati davanti alla scelta decisiva: che cosa vale davvero? La modernità ha promesso di liberarci da molte paure. E in larga parte lo ha fatto. Ma non ha cancellato le domande ultime. Le ha soltanto rese meno visibili.
Poi, qualche volta, accade qualcosa che le fa riemergere. Una folla che aspetta ore. Ottantamila giovani che cantano in uno stadio. Un silenzio davanti a Lourdes. Un Papa che attraversa Parigi parlando di dignità, libertà, pace, fragilità.
Sono immagini che obbligano almeno a sospendere una certezza troppo comoda: quella secondo cui l’Europa avrebbe ormai chiuso i conti con Dio. Forse ha chiuso i conti con molte forme della religione. Forse non comprende più molti linguaggi della Chiesa. Forse ne contesta, spesso con ragione, incoerenze e fallimenti.
Ma non ha chiuso i conti con la domanda. Ed è qui che il viaggio di Leone XIV diventa interessante anche oltre i confini della Chiesa. Perché Parigi non ha mostrato un’Europa improvvisamente tornata cattolica. Ha mostrato qualcosa di più fragile e forse più vero: un continente che, sotto la superficie del benessere e dell’autosufficienza, continua a cercare. Continua ad avere sete. La domanda, allora, non è quanti fossero in piazza.
La domanda è che cosa cercassero. E forse la vera sfida per la Chiesa comincia proprio da qui: non celebrare la folla, non contare le presenze, non illudersi che basti riempire una piazza.
Ma essere capace, davanti alla sete dell’uomo, di non offrire parole vuote.
E di indicare ancora una sorgente.
Roberto Donadoni
