Il patrono dei politici, san Thomas More, ha perduto la testa, letteralmente, perché non voleva perdere qualcosa di molto più importante: la propria coscienza. Thomas More decise, dapprincipio, di mantenere il silenzio, non per ritrarsi davanti alle sfide, ma per tutelare la vita della sua famiglia e non cercare il martirio per vanagloria. Non volle così sostenere l’Atto di Supremazia di re Enrico VIII sulla Chiesa d’Inghilterra (motivato dalla necessità di divorziare). Il suo silenzio fu eloquente, considerando che era stato il principale collaboratore del sovrano sul piano giuridico e amministrativo.
Dopo quindici mesi di prigionia nella Torre di Londra, dopo aver anche composto scritti sulla Passione di Cristo, quando fu certa la sua condanna, rese pubblica la propria contrarietà all’Atto di Supremazia. Il 6 luglio 1535 fu decapitato, nonostante la fedeltà che More aveva sempre mostrato nei confronti di re Enrico.
Giovanni Paolo II lo ha indicato nel 2000 come patrono dei governanti e dei politici, ricordando il primato della verità sul potere: «L’uomo non si può separare da Dio, né la politica dalla morale», scrisse il santo pontefice polacco.
La vita di Thomas More, martire della coscienza, pone un interrogativo: un politico, dinanzi a quella che riconosce come una verità oggettiva, che si impone non soltanto per la fede ma anche per la ragione, può in coscienza rinunciare a riconoscerla e agire secondo essa? Il mandato politico per un cattolico può realizzarsi indipendentemente dalla verità? …anche se qualcuno, come Ponzio Pilato, potrebbe già domandare: che cos’è la verità?
Seguendo il principio teologico dell’Incarnazione del Verbo, la fede cristiana non può che essere una fede incarnata nella realtà e nella storia. Gesù ha assunto la nostra carne e, con essa, tutta la nostra corporeità e umanità. Per questo le scelte del cristiano non possono essere confinate a una sfera puramente spirituale o religiosa, come se i confini della fede potessero essere tracciati dentro lo stretto perimetro della dimensione cultuale e devozionale. Al contrario, tutta l’esistenza del cristiano è chiamata a diventare atto di culto a Dio. Per questo la Chiesa non può e non deve occuparsi solo delle “anime”. Gli ospedali come li intendiamo noi oggi furono, infatti, un’invenzione della tradizione cristiana.
Come dice san Paolo nella Lettera ai Romani, siamo chiamati ad offrire la vita «come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1). Tutta la vita, la carne, la storia, le esperienze e le scelte del cristiano (anima e corpo) sono da offrire come culto “ragionevole” (così il testo greco alla lettera), proprio perché Cristo per primo ha offerto tutto se stesso al Padre. Le scelte del cristiano devono, dunque, incarnarsi nella storia e nel tempo, attraverso scelte concrete, anche nella cultura, nella società e nella politica.
È quanto ha nuovamente proposto anche il Concilio Ecumenico Vaticano II, nella costituzione “Lumen gentium” (al numero 31), ricordando che tutti i cristiani, ma in particolare i laici, sono chiamati a ordinare e promuovere la realtà temporale secondo il Vangelo. La fede, dunque, non può essere ridotta a una dimensione privata, separata dalle responsabilità che ciascuno assume nella società.
Le grandi domande diventano allora queste: può un politico che si professa cristiano ordinare le proprie scelte non secondo ciò che riconosce come vero, ma solo tutelando in astratto un non ben definito principio di autodeterminazione? Può un politico cattolico agire indipendentemente da quelle che dovrebbero essere le opzioni fondamentali della sua vita? Può un politico professarsi cattolico e al contempo appoggiare scelte e atti che, sia secondo ragione che secondo fede, sono intrinsecamente sbagliati?
Delle due l’una: o il politico è scisso in se stesso e, dunque, non potrà come credente vivere fino in fondo, e serenamente, ciò che la fede cristiana propone; o questo politico, in realtà, non è veramente cristiano. Delle due l’una.
Marco Zane
