«Il Natale è il dono della pace; ciò di cui noi, in questo tempo, avvertiamo la nostalgia, soprattutto per le guerre a Gaza e in Ucraina, senza tralasciare atri 60 focolai di guerra accesi nel mondo, non meno crudeli di quelli a noi più noti; il fatto è che sono più lontani, quindi, meno conosciuti, non per questo meno sanguinosi».
Così nella sua omelia, oggi, nella basilica cattedrale di San Marco Evangelista in Venezia, il Patriarca Francesco ha voluto nuovamente, come già aveva fatto nella Messa della Notte, correlare il mistero del Natale con la drammatica esigenza della pace tra i popoli, in questo momento storico così complesso e sofferto.
E continuava: «Ma quale pace? Che tipo di pace? Al tempo di Gesù vigeva la pax romana, imposta da Roma; era la pace’ imposta dalla pura forza: le legioni. Ma la pace di Gesù è altra cosa: riconoscere che Dio è Dio e, quindi, l’uomo non può essere la misura di tutte le cose ma è chiamato a riconoscere i propri limiti insieme alla propria grandezza. Pace vuole dire, anche, saper costruire una storia e delle relazioni personali, familiari, sociali e politiche a partire dalla verità, dalla giustizia e dal bene, realtà che precedono l’uomo, lo animano e lo sostengono. Quando si nega Dio, allora “tutto diventa possibile”, come dice Ivan Karamazov nell’ultimo libro di Fëdor Dostoevskij, “I fratelli Karamazov”».
Condividiamo di seguito integralmente il testo dell’omelia del Patriarca per questa solennità del Natale del Signore:
«Cari fratelli e sorelle,
mentre l’Anno giubilare volge al termine chiediamoci se il Natale cristiano ci appartiene ancora o se il nostro Natale è, ormai, postcristiano, ossia, il Natale del consumismo, in tutte le sue forme; il Natale ridotto agli auguri di buone feste o, addirittura, la festa delle luci d’inverno.
Con il Natale cristiano, l’impossibile accade! Quindi il Natale cristiano è far nostro l’impossibile che accade; Dio si fa uomo e ci introduce nella logica di Betlemme e di Nazareth, ossia, conta chi per il mondo “non” conta.
Siamo capaci d’intendere il Natale come accadde duemila anni fa a Betlemme?
Queste parole di Gesù ci introducono in questo mistero: “Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3). Diventare bambini non augurio retorico, moralistico o mero richiamo ad una stagione ormai passata della vita; stagione, per molti versi, “felice”, se non altro perché ha dinanzi a sé tutta la vita.
No, le parole di Gesù indicano qualcosa di più. “Se non diventerete come bambini…”, vuol dire che se non scoprirete la paternità di Dio, ovvero, se non diventerete figli – questo è il senso di diventare bambini – e se non abbandonerete la volontà di autoaffermazione, anche di fronte a Dio, non potrete vivere il mistero del Natale cristiano.
Guardiamo ai protagonisti del Natale: Dio che dall’eternità “progetta” il Figlio come Verbo incarnato; poi Maria e Giuseppe perché il Natale aveva bisogno di un grembo umano per farsi uomo (Maria) e di chi lo accogliesse per garantire a Gesù un contesto giuridico e, quindi, sociale compatibile con la sua concreta realtà di uomo che vive nella storia e appartiene ad un popolo e avendo un legame con Davide (Giuseppe); Maria e Giuseppe rendono possibile e rappresentano – in modi diversi – il sì dell’umanità al Natale.
Insieme a loro i pastori e i magi. Pur con le differenze che li caratterizzano, i Pastori e i magi rappresentano i bambini e i poveri che vengono per primi ad adorare il mistero di Dio che si fa uomo. Importante è notare come la povertà di spirito – e apertura a Dio – e va al di là ed oltre quella materiale.
I pastori erano persone illetterate e analfabete, erano poveri di ricchezze materiali ed occupavano l’ultimo gradino della scala sociale in Israele. I Magi, invece, appartenevano ad un’altra infanzia spirituale, legati ad una stirpe sacerdotale d’oriente, uomini colti, simili ai filosofi greci.
Ebbene, di fronte al mistero di Dio non c’è alternativa solo chi si apre all’infanzia spirituale, ossia, all’umiltà, incontra Dio.
Il Natale è il dono della pace; ciò di cui noi, in questo tempo, avvertiamo la nostalgia, soprattutto per le guerre a Gaza e in Ucraina, senza dimenticare le altre 60 guerre che si combattono, oggi, nel mondo, non meno crudeli di quelli a noi più note; il fatto è che sono più lontane, quindi, meno conosciute, non per questo meno sanguinose.
Gesù dice: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore” (Gv 14,27).
Ma quale pace? Che tipo di pace? Al tempo di Gesù regnava la pax romana, imposta da Roma: la pace imposta dalla pura forza: le legioni.
Ma la pace di Gesù è altra cosa: riconoscere che Dio è Dio e, quindi, l’uomo non può essere misura di tutte le cose ma deve riconoscere i propri limiti insieme alla propria grandezza. Pace vuole dire saper costruire delle relazioni personali, familiari, sociali e politiche a partire dalla verità, dalla giustizia e dal bene, realtà che precedono l’uomo, l’animano e lo sostengono.
Quando si nega Dio: “tutto diventa possibile”, come diceva Ivan Karamazov nell’ultimo libro di Fëdor Dostoevskij, “I fratelli Karamazov”.
La pax romana era il frutto dell’imposizione della forza sugli altri, era la pace delle legioni che vincevano le guerre e poi garantivano i “diritti” di Roma, soprattutto il “diritto” di riscuotere i tributi. La pax romana, concretamente, era: divide et impera (dividi e metti in contrasto quei soggetti su cui vuoi esercitare il potere). La pax romana era: parcere subiectis, debellare superbos (risparmiare i vinti e annientare chi non si sottomette), per citare l’Eneide di Virgilio. Cosa vuol dire parcere subiectis et debellare superbos? Chi si piegava a Roma vincitrice poteva avere privilegi fino alla cittadinanza romana, con i diritti che ne conseguivano; se non ci si piegava, però, si era annientati.
Ma questa pace dura finché uno dei due contendenti riesce ad imporsi all’altro. La storia del Novecento ne è esempio. La pace di Versailles non fu una pace ma – come disse Benedetto XV – la dichiarazione di un’altra guerra. Così ai circa 20 milioni di morti della Prima Guerra Mondiale fecero seguito i 60-70 milioni della Seconda. Perché si arrivò a questo?
Perché la pace era intesa come dominio del forte nei confronti del debole, del vincitore nei confronti dello sconfitto; non c’era spazio per la misericordia, per il perdono, ma solo per la volontà di rivincita sull’altro fino ad annientarlo. E questo portò ad una nuova guerra che non deflagrò nel momento in cui fu invasa la Polonia (1 settembre 1939), ma quando s’iniziò a covare odio e a pensare alla vendetta. L’Odio, le sanzioni, il venir meno di scambi culturali; la guerra inizia così. Oggi si parla, poi, di guerra ibrida.
La pace di cui parla il Vangelo e che Gesù ci porta è quella della notte di Betlemme: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (Is 9,1), aveva profetizzato Isaia; “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9), sono le parole dell’evangelista Giovanni nel prologo del suo Vangelo. E, come abbiamo ascoltato nel Vangelo della notte di Natale, gli angeli cantano: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama” (Lc 2,14). Cantano un’armonia che dovrebbe pervadere tutta la terra ma, purtroppo, da duemila anni non è ascoltata dagli uomini.
L’armonia e il canto dicono con chiarezza che alcune realtà non possono essere frutto di ragionamento o parole. Il canto degli angeli – “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama” (Lc 2,14) – dice qualcosa di più che le parole non sanno dire.
La gloria di Dio in cielo e la pace in terra sono le due facce della stessa medaglia. Quando vi è pace sulla terra si rende gloria a Dio e si dà vera gloria a Dio, perché vuol dire che l’umanità è plasmata e diventa realmente immagine di Dio: verità, giustizia, bene.
Nel momento in cui la gloria di Dio entra nella storia, diventa pace. Nel momento in cui la pace si afferma nella storia, si rende a Dio la vera gloria. Questo è il senso delle parole di Gesù: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore” (Gv 14,27).
Questa pace non è solo l’assenza delle guerre, ma l’affermazione autentica del Dio che è verità, giustizia e bene e che brilla oggi nel piccolo Bambino di Betlemme.
Buon Natale a tutti!»
