Quando un luogo non è più necessario alla preghiera di una comunità cosa succede? Ne abbiamo parlato con il Vicario episcopale per gli Affari Economici, mons. Fabrizio Favaro.
Alcune chiese della Diocesi di Venezia, infatti, hanno dovuto essere ridotte ad uso profano in quanto non più utilizzate per la liturgia e la preghiera dei fedeli da molti anni. Un caso recente: la chiesa dello Spirito Santo a Dorsoduro, che diventerà una biblioteca per l’Università Ca’ Foscari. Talvolta su questo tema si può generare confusione. In questi giorni, a Mestre, si discute anche della possibile riduzione ad uso profano di uno degli oratori dell’ex monastero delle Suore Eremitane di Carpenedo.
«La Fondazione Carpinetum – spiegano dalla Diocesi – acquistando l’ex monastero di Carpenedo, è diventata proprietaria anche dei due Oratori, cioè due edifici destinati al culto. Sull’uso, o la futura destinazione di questi due luoghi di culto, la legge italiana impone alla Fondazione Carpinetum di chiedere l’autorizzazione al Vescovo. È curioso, quindi, che si dichiari agli organi di stampa che “non risulta” la consacrazione e, nello stesso tempo, se ne chieda la riduzione all’uso profano non indecoroso: appare chiaro che da parte di chi gestisce l’operazione ci sia molta confusione figlia della superficialità e della non conoscenza della legge italiana riguardante la disciplina dei luoghi di culto cattolici».
Come si giunge a queste decisioni? E quando una chiesa si può dire “sconsacrata”? Un ruolo essenziale è giocato dal Consiglio Presbiterale diocesano, organo di partecipazione al governo di cui sono membri alcuni sacerdoti eletti dal Presbiterio della Chiesa locale.
Don Fabrizio, iniziamo intanto facendo chiarezza sulla destinazione al culto di un luogo.
È curioso che una questione che normalmente ha interessato solo alcuni “addetti ai lavori”, recentemente sia divenuta quasi di interesse comune tanto che anche alcuni giornali locali ne hanno trattato, con molta confusione e anche informazioni sbagliate che sono state fatte circolare.
Su che cosa sia un luogo sacro e quali siano le sue caratteristiche e prerogative, la Chiesa offre una definizione chiara e semplice che non può lasciare spazio a fraintendimenti: è un luogo destinato al culto divino o alla sepoltura dei fedeli e tale destinazione avviene ordinariamente mediante la dedicazione o la benedizione, come previsto dai libri liturgici e precisato dal Codice di diritto canonico. E i libri liturgici della Chiesa Cattolica prevedono un rito solenne per la dedicazione, da usare principalmente per le cattedrali e le chiese parrocchiali, e un secondo un rito, meno solenne, di benedizione, da utilizzare per le altre chiese.
Quindi basta anche una benedizione perché un luogo sia destinato ad uso di culto?
Sì, basta una benedizione ed è abbastanza comune, come potrebbe essere per la “cappella” di un Seminario o altra chiesa. Un altro caso particolare è costituito dalle chiese o, meglio, oratori di una casa religiosa per le quali la destinazione al culto avviene già con la concessione della licenza a costruire. Poi, possiamo anche considerare il caso di alcune chiese antiche per le quali esiste semplicemente l’attestazione di un immemorabile e continuativo uso a scopo liturgico, che testimonia in modo inequivocabile la sua destinazione al culto. In tutti questi casi viene riservato l’uso di quello spazio per la liturgia, anche se non fosse occorsa la consacrazione solenne con il vescovo.
Tale destinazione al culto è quindi un vincolo forte?
Certamente. La dedicazione e la benedizione delle chiese è così importante per la Chiesa Cattolica da essere riservata al Vescovo diocesano e una volta compiuta muta la natura del luogo, che cessa di essere un edificio ordinario e diventa un luogo esclusivamente dedicato al culto divino. Nel linguaggio comune tale destinazione al culto è chiamata consacrazione anche se, occorre ribadire, che la destinazione al culto esiste anche senza il rito solenne della dedicazione. È quindi chiaro che il rinnovamento degli arredi o un restauro non muta o interrompe la destinazione al culto di un luogo sacro.
Questo vale solo per le chiese parrocchiali?
Non solo. Come dicevo, vi è il caso significativo degli istituti religiosi che devono avere almeno un oratorio o una chiesa in cui si celebri e conservi l’Eucaristia, in modo che sia veramente il centro della comunità, e dove spesso accedono anche i fedeli del luogo che vogliono condividere con la comunità religiosa la liturgia e la preghiera. Le chiese dei conventi e dei monasteri sono chiaramente luoghi destinati stabilmente al culto e ciò comporta che non possano essere usati per altri scopi o usi senza il permesso dell’ordinario del luogo che a suo tempo ne permise la costruzione. Ciò spiega perché, nel caso di chiusura o soppressione di una casa religiosa i suoi luoghi di culto non possono essere destinati ad uso profano senza l’autorizzazione dell’ordinario del luogo che concesse la licenza all’apertura della casa.
Quindi come si fa a “cambiarne” la destinazione a un uso profano non indecoroso?
La Chiesa tutela i luoghi di culto perché lì si è manifestata ed espressa la fede della Chiesa e tanti fedeli naturalmente comprendono che quel luogo, la chiesa, non è un luogo come tanti altri, come una casa o un patronato parrocchiale o un luogo di lavoro. Quel luogo è il segno evidente che tra le case degli uomini vi è un luogo dove non valgono le regole dell’economia e del mercato, le regole dell’efficienza e del massimo sfruttamento, perché lì l’uomo è libero di rendere lode a Dio! Per questa ragione vi devono essere valide e motivate ragioni per deciderne lecitamente un uso diverso e tale decisione deve essere soppesata molto attentamente e prudentemente e lo stesso vescovo diocesano per poter ridurre una chiesa ad uso profano deve accertare che esistano «ragioni gravi» per farlo (non la semplice opportunità), che vi sia il consenso di tutti coloro che hanno legittimi diritti sulla chiesa e che soprattutto non ne patisca alcun danno il bene delle anime e la fede del popolo di Dio; addirittura, il Codice di diritto canonico lo obbliga a valutare e soppesare tutti questi aspetti con il Consiglio Presbiterale Diocesano. Se il vescovo non seguisse questo percorso ecclesiale la sua concessione, o rifiuto, sarebbe addirittura invalida.
Recentemente questo iter è stato già seguito dalla Chiesa di Venezia…
È già stato compiuto per alcuni luoghi di culto; nel recente passato per la chiesa dello Spirito Santo nel sestiere di Dorsoduro a Venezia. Dopo un’approfondita e ponderata condivisione con gli organi di partecipazione diocesani e, infine, con il Consiglio Presbiterale, e dopo aver constatato il suo più che ventennale inutilizzo, si è deciso di ridurla all’uso profano non indecoroso per trasformarla in una Biblioteca per la città di Venezia grazie ad una collaborazione con l’Università Ca’ Foscari: un uso diverso e non più cultuale che tuttavia è stato giudicato dignitoso perché inerente alla sfera della cultura e delle arti. Più recentemente la Fondazione “Carpinetum” ha inviato alla Curia una prima richiesta generica di riduzione ad uso profano non indecoroso della chiesa dell’ex monastero delle Suore Eremitane a Carpenedo, anche se poi stranamente e pubblicamente sui giornali la stessa Fondazione ha detto che quella chiesa in realtà non sarebbe destinata al culto, generando confusione con informazioni errate. Dunque, tali cambiamenti, sono possibili ma non scontati, dentro ad un dialogo con tutte le parti coinvolte e salvaguardando i diritti dei fedeli; non sono decisioni che possono essere prese a cuor leggero o in fretta, ma compiendo tutti i passi richiesti a tutela della fede dei fedeli, che è ciò che ha più a cuore la Chiesa.
Marco Zane
