A Venezia, tra novembre e dicembre, si tiene “La figurazione del Mistero – Seminario di iconologia sacra”, un ciclo di quattro incontri dedicati al linguaggio del sacro nelle arti figurative. A guidarlo sarà il professor Roberto Filippetti, già docente di iconologia e iconografia all’Università Europea di Roma, scrittore e divulgatore d’arte tra i più autorevoli nel panorama italiano.

Il percorso, aperto a tutti, si svolgerà nell’ex chiesa del Ciliota, in Calle de le Botteghe 2971, presso Campo Santo Stefano, a partire dal 24 novembre, con appuntamenti sempre alle ore 18. Un’occasione pensata per studenti di ogni età, studiosi, operatori culturali, professionisti del turismo e appassionati: un invito alla formazione e alla contemplazione, per accostarsi all’arte come via privilegiata verso il Mistero.
Il ciclo si articola in quattro tappe, ciascuna dedicata a un maestro della tradizione cristiana.
Il 24 novembre sarà dedicato ai mosaici di San Marco, esempio supremo di eternità nel simbolo e nell’immagine, una preghiera che si dispiega nelle linee dei maestri musivi, nei riflessi dorati e nelle forme trascendenti delle cupole.
Il 1° dicembre al Beato Angelico, punto di incontro tra la tradizione medievale e la nuova sensibilità rinascimentale, in cui colore, prospettiva e armonia compositiva rendono visibile la Grazia che entra nel mondo.
Il 9 dicembre a Piero della Francesca, nel quale la forma ordinata, la geometria e i colori simbolici si fanno immagine del divino a partire dal livello più essenziale della realtà.
Il 16 dicembre ad Antonello da Messina, culmine del percorso, artista raffinato e attento al dettaglio, che fonde la tradizione fiamminga e quella italiana, rendendo umano il divino e specchio del divino l’umano.
Filippetti condurrà i partecipanti dentro le opere per favorire uno sguardo profondo sull’arte e sul reale, da cui gli artisti hanno sempre attinto come analogia, come segno del Mistero. A rendere l’esperienza ancora più immersiva saranno le proiezioni in altissima risoluzione, realizzate con la tecnica dell’Explorer Navigation, sviluppata dallo stesso relatore per una narrazione visiva scorrevole e coinvolgente.
Ogni incontro, della durata di circa due ore, sarà arricchito da interventi musicali dal vivo e da momenti di dialogo con il pubblico. L’iniziativa è promossa dal Patronato Carlo Acutis, con il patrocinio di Chorus – Associazione per le Chiese del Patriarcato di Venezia, dell’Istituto Veneto per i Beni Culturali, dell’Associazione Studentesca Rosmini e del Centro Studi Romano Pattaro. Ingresso libero.
Prof. Filippetti, qual è stato il suo primo vero “colpo di fulmine” per le arti figurative e per la storia dell’arte?
Correva l’anno 1977-’78, quando ho cominciato a insegnare lettere in una scuola superiore, e mi sono accorto che la poesia parlava al cuore dei miei studenti, ma Giotto in modo più diretto. Mi premeva indurre i miei allievi ad alzare lo sguardo, a partire dal cuore che desidera. Desiderium naturale videndi Deum, direbbe san Tommaso; o sant’Agostino: «Ci hai fatti per te, o Signore; il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». Documentavo questo struggimento attraverso il Canto notturno di Leopardi, Pirandello poeta, Montale; oppure ripetevo quel verso di Dante: «Ciascun confusamente un bene apprende, nel qual si queti l’animo, e disira; per che di giugner lui ciascun contende». E qualcosa rimaneva nei miei allievi. Portai la prima classe in Cappella degli Scrovegni e vidi che il miracolo accadeva in un attimo: la volta azzurra punteggiata di stelle costringeva ad alzare la testa. Ricordava che ontologicamente il cuore desidera, è la fattura umana che è l’io non distratto, non divertito (divertissement), non assopito. Lì accadeva: quei venticinque ragazzi alzavano la testa. Mi piace l’immagine del bicchiere: spesso parliamo a bicchieri rovesciati; versiamo acqua buona e scivola via. Quel cielo azzurro gira in su il bicchiere: riporta l’io alla sua capacità dell’Infinito. Il cuore umano è fatto per la totalità, per l’Infinito e l’eterno; è satis factus, pieno solo se incontra l’Infinito che entra nel tempo.
Che cosa l’ha spinta ad approfondire quello che inizialmente poteva sembrare soltanto l’intuizione di qualcosa di bello?
Da Giotto mi sono appassionato ad altri artisti e autori, fino a Van Gogh e ai poeti del ’900. Sono queste le tappe di una lunga avventura durata quasi mezzo secolo. E tutto è iniziato da un grande desiderio: non tanto di specializzarmi su Giotto, ma di dare il massimo perché gli occhi dei miei studenti brillassero. Così come quel giorno nella Cappella degli Scrovegni. A me è accaduto lì. Rimango sempre colpito dallo sguardo delle persone: gli occhi sono la finestra del cuore.
Che cosa rappresenta per lei l’educazione e che cosa significa “educare alla bellezza” attraverso l’arte? E, dall’altro lato, in che modo la bellezza può educare noi?
Educare viene da educere: condurre da un luogo a un altro. Grygiel, in L’uomo visto dalla Vistola (1976), dice che l’educazione è camminare insieme — maestro e discepolo — verso un orizzonte più grande, con il maestro un po’ più avanti. Il maestro è magister: “di più”; e più il discepolo sta con lui, più diventa “di più”. Educare è affascinare. Un pedagogista americano diceva che fare scuola è per il sessanta per cento teatro e per il quaranta competenza. Se uno studente torna a casa dicendo «che bello», si è aperta la breccia educativa. In senso stretto, la bellezza riguarda la natura creata da Dio e l’arte, che a Dio quasi è «nepote», come dice Dante: gli artisti imitano la natura, che imita Dio. Pensiamo al Cantico delle creature. Occorre educare a uno sguardo profondo sul reale come analogia e segno; sulla poesia, che dà forma allo struggimento del cuore; sulla musica, che parla senza parlare; e sulle arti figurative. In latino “profondo” è altus: profondità e altezza coincidono. Spesso lo sguardo nelle scuole è orizzontale e progressivo; occorre tornare a uno sguardo verticale. Come ci educa la Bellezza? Noi siamo il bello e il buono — kalòs kai agathòs; in ebraico tob: “bello buono ed utile”. Dio vide che il mondo era cosa bella; che l’uomo era cosa molto bella. Una traduzione ha sostituito “bello” con “buono”, ma i bambini ci ricordano la prima: «Ho fatto una cosa brutta», dicono, non «cattiva». La via del bello porta al bene. La bellezza, splendore del Vero, è il fondamento su cui poggia il bene comune.
Poter lavorare nel mondo dell’arte è un privilegio. In che modo può diventare una “missione”?
Ho compreso i participi futuri: colto, coltivato, cultura; avvento, avvenente, avventura. Qualcosa che, grazie al passato, mi raggiunge nel presente e mi lancia nel futuro. La cultura è questo. Diceva Giovanni Paolo II: Cultura humanae naturae, coltivazione dell’umano nell’uomo. Perché l’uomo sia di più, non solo abbia di più. Quando la cultura è ridotta al puro avere, diventa calcolo. Il turismo diventa industria. Io spero che l’Italia cresca nel turismo e che la nostra arte arrivi al mondo, portando benessere; ma soprattutto che ci arrivi come Dio comanda: come “Bibbia dei poveri”, nata per mostrare la bellezza del Vero a chi non sapeva leggere. Bisogna parlare della nostra arte dal di dentro: dalla fede e dalla mentalità medievale che ha generato mille anni di bellezza. Spero che si possa educare alla comunicazione del bello come splendore del Vero; ma occorre osare la parola verità. Se il relativismo elimina questa parola, se resta solo la doxa, l’opinione, è finita. Dialoghiamo sulle opinioni per raggiungere il Vero: la verità sull’uomo, l’integrale verità sull’uomo — una grande sfida educativa del XXI secolo. (M.C.S.)
