Il punto di partenza non è stato un archivio, né una biblioteca. È stata una famiglia. «I primi maestri della lingua sono la famiglia, mia madre, mia nonna», racconta Marco Genovese, autore del recente Dizionario della lingua veneziana.
«Ho cominciato a scriverlo circa un anno dopo la morte di mia nonna, nel 2003. Era anche un modo per mantenere vivi i ricordi e le radici di certe parole».
Genovese, nato nel 1967 e cresciuto a Murano, lavora oggi come dipendente comunale a contatto con il pubblico. «Sono muranese – spiega – ma a Murano si parla veneziano, con qualche piccola differenza di pronuncia». La scintilla del lavoro lessicografico nasce proprio dalla memoria familiare: dalla nonna Luigia, detta Gigia, ma anche dai genitori Ina e Gastone, scomparsi da poco, a cui il libro è dedicato. «Mi rendevo conto che anche le persone anziane parlavano già in modo diverso rispetto a quando ero bambino. Alcune parole che sentivo spesso allora erano diventate rare».
Da quel momento è iniziato un lavoro lungo anni. Prima come passione personale, poi come progetto editoriale sempre più articolato. «Un libro del genere si fa per hobby e per passione. All’inizio ci ho messo sette-otto anni per arrivare alla prima edizione, poi ho continuato a verificare e confrontare. Un dizionario così è sempre in divenire».
La ricerca si è basata su due pilastri: l’ascolto diretto e la documentazione storica. «La prima fonte sono state tutte le persone che conosco. Ma la cosa più difficile è confrontare le varianti, perché oggi il veneziano è molto frammentato». Per ogni termine Genovese ha dovuto verificare significati, pronunce e diffusione geografica. A questo lavoro si è affiancato lo studio dei testi storici, a partire dal monumentale dizionario ottocentesco di Giuseppe Boerio, considerato una delle opere fondamentali sul veneziano.
Il risultato restituisce una lingua tutt’altro che uniforme. La laguna è un mosaico linguistico, dove anche poche centinaia di metri possono fare la differenza. «Ci sono tre grandi varianti del veneziano lagunare – spiega Genovese – ma in passato esistevano differenze persino tra i sestieri della città». Alcuni tratti sono sopravvissuti ancora oggi: a Cannaregio, per esempio, si possono trovare pronunce particolari di verbi come venir e tenir, mentre zone come Castello o la Giudecca conservano parole ormai scomparse altrove.
La scomparsa del buranello. Ancora più evidenti sono le differenze tra le isole. Il chioggiotto e il pellestrinotto, ad esempio, tendono ad allungare le vocali e a pronunciare la “l” tra due vocali, mentre il buranello ha sviluppato una caratteristica quasi unica nei dialetti veneti: il raddoppio delle consonanti. «Purtroppo il buranello negli ultimi vent’anni sembra quasi scomparso, ed è una cosa che mi dispiace moltissimo», osserva Genovese.
Queste variazioni non sono casuali. L’insularità della laguna ha storicamente isolato le comunità, favorendo lo sviluppo di varianti locali. «L’ambiente lagunare conta molto. Alcune parlate, come quella di Pellestrina, probabilmente assomigliano molto al veneziano di cinque secoli fa».
Ma la storia linguistica veneziana non è fatta solo di differenze interne. È soprattutto una storia di scambi. La lingua della Serenissima porta i segni dei contatti commerciali e culturali con mezzo mondo. «La base è latina, naturalmente, ma il veneziano ha risentito molto dell’influenza del greco, degli arabi e dei popoli del Nord Europa», spiega Genovese.
Alcuni esempi raccontano bene questa vocazione internazionale. La parola piron (forchetta), ad esempio, deriva dal greco pyros, “fuoco”, perché indicava originariamente uno strumento usato per estrarre il cibo dal fuoco. Un altro caso emblematico è articioco, il carciofo veneziano. «Deriva dall’arabo al Kharshuf. In molte lingue europee si trova una forma simile ad articioco proprio perché furono i veneziani a commercializzare questo prodotto nel resto del continente».
Non solo influenze in entrata, dunque. Anche il veneziano ha lasciato tracce in altre lingue europee, grazie alla rete commerciale della Serenissima.
Anche il veneziano si italianizza. Oggi però questa lingua ricca e stratificata si trova in una fase delicata. «Il veneziano si sta molto italianizzando e viene parlato sempre meno», osserva Genovese. Molti termini tradizionali vengono sostituiti da parole italiane adattate alla pronuncia locale: piron diventa forcheta, butiro diventa buro. Un processo che rischia di trasformare il veneziano in un semplice dialetto dell’italiano.
Il problema principale, però, è lo spopolamento della città storica. «Quello che succede nella società si riflette inevitabilmente nel linguaggio», spiega. «Se mancano i veneziani, manca anche il veneziano». Il turismo di massa contribuisce ad accelerare questo processo: «Non è l’unica causa, ma fa scappare gli abitanti più velocemente. Quando esci di casa, dove lo parli il veneziano? In un bar o in un negozio dove magari su cento clienti novantanove sono turisti».
Il rischio è che Venezia diventi un luogo sempre più artificiale, privo della propria dimensione culturale. «Se manca il linguaggio veneziano manca anche una chiave di lettura dell’ambiente lagunare. Senza quella cultura il luogo diventa semplicemente un parco turistico».
Per questo Genovese è convinto che la salvaguardia della lingua debba partire dall’educazione. «Prima di tutto bisognerebbe parlarne nelle scuole», propone. Non solo per insegnare alcune parole, ma per aprire una finestra sulla cultura della laguna: ambiente, tradizioni, storia e relazioni tra uomo e territorio.
Una lingua colta, non degli ignoranti. «Il dialetto viene spesso considerato la lingua degli ignoranti proprio perché è escluso dalla scuola», conclude. «In realtà il veneziano è stato anche lingua di tribunali e di amministrazione. Può essere una lingua colta. Preservarlo significa preservare un patrimonio culturale e una memoria collettiva».
Il dizionario di Marco Genovese nasce proprio da questa convinzione: che nelle parole di una lingua sopravvivano non solo suoni e significati, ma anche la storia e l’identità di una comunità. Una memoria che, senza cura e trasmissione, rischia di dissolversi come marea nella laguna.
Stefano Nava
