Torna regolare, come il caldo ogni estate, il tema del costo dei libri scolastici. Torna d’estate perché tra giugno e settembre le famiglie devono fare i conti con una spesa necessaria – dal primo anno della scuola secondaria di primo grado al quinto anno delle superiori, e poi oltre per chi continua a studiare negli Its (Istituti tecnici superiori) o all’università – e impegnativa dal punto di vista economico. Torna anche in questo 2025 perché il prezzo dei libri registra un aumento medio dell’1,7 per cento per le medie e dell’1,8 per cento per i cinque anni delle superiori, dati in linea con quelli dell’attuale inflazione, come sottolinea discolpandosi l’Associazione italiana editori. Torna perché alcuni politici che sono in questo momento all’opposizione presentano proposte “contro il caro-libri” (la senatrice del Movimento 5 stelle Barbara Floridia ha annunciato una mozione per chiedere interventi strutturali) o colgono la questione per polemizzare per la scarsità dei fondi a sostegno dell’acquisto di libri e materiale scolastico. Ma il problema, come sempre, finirà nel dimenticatoio con l’inizio dell’anno scolastico, lasciando tracce solo sui bilanci familiari e scomparendo dalle discussioni cicliche sul mondo della scuola.
Un problema, quello delle cifre che le famiglie devono sborsare per sostenere il diritto allo studio sancito dalla Costituzione, con diversi risvolti, che però nessuno sembra voler prendere in considerazione in modo complessivo. I tetti di spesa massima sono fissati a livello ministeriale: si va dai 299, 119, 134 euro rispettivamente per i tre anni di medie, tra i 274 e i 341 per un primo anno alle superiori e addirittura fino ai 389 per una terza del liceo classico. Ma sono tetti che non rispondono più ai costi reali dei libri sul mercato. Il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha annunciato il 7 luglio scorso di aver aumentato di 4 milioni di euro il fondo per l’acquisto dei libri di testo da parte delle famiglie meno abbienti per compensare l’aumento dei prezzi deciso dagli editori. Il fondo nel 2024 era dotato di 133 milioni di euro, rivelatisi insufficienti, e sarà aumentato del 4,5 per cento nei prossimi due anni. Le case editrici infatti rinnovano costantemente l’offerta editoriale per proporre testi sempre aggiornati e tenere alti i loro margini di guadagno. I docenti si inventano formule sempre nuove (consigliato, monografia, materiali alternativi, approfondimento…) per i manuali che vengono lasciati fuori dal conteggio della spesa da sostenere effettivamente per non superare i limiti fissati per legge. E ragazzi e genitori provano il vecchio sistema dei libri usati da cercare tra amici e parenti o in quelle catene che propongono un usato a prezzo leggermente inferiore del nuovo, il più delle volte senza successo.
«Ci si occupa del problema quando i buoi sono già scappati. Le case editrici presentano i listini a inizio gennaio, i docenti scelgono i testi tra marzo e metà maggio e i prezzi, che sono aumentati del 2-3 per cento rispetto al 2024, rimangono fissi fino a fine anno. Adesso se ne discute senza davvero poter intervenire. E farlo sarebbe davvero una svolta culturale per il Paese», premette Antonio Zaglia, presidente regionale dell’Associazione librai italiani della Confcommercio e titolare della libreria Gregoriana estense a Este.
Da parte loro i librai propongono un intervento forte per la defiscalizzazione e la possibilità di detrazione fiscale delle spese per libri, non solo quelli scolastici, e per altro materiale richiesto per la didattica, dall’altra gruppi di insegnanti che “si ribellano” al rito dell’adozione dei testi scolastici sapendo di chiedere alle famiglie una spesa gravosa. «C’è da chiedersi se i libri siano davvero costosi – si chiede Antonio Zaglia – e la risposta è no. Il costo medio per libro in Italia è tra i 14 e i 14,5 euro a copia, in Spagna la cifra per libri è di 17 euro, e lì si legge il 20 per cento in più che da noi. Il problema è che il nostro Paese si sta impoverendo per la mancata crescita degli stipendi. Già l’eliminazione della 18App (il bonus cultura per i neodiciottenni, ndr) ha decimato il numero dei lettori della fascia media di reddito e nel 2024 è venuto a mancare il bonus biblioteche che garantiva aggiornamento librario e collaborazioni tra biblioteche e librerie e cartolibrerie dei paesi. Una vera svolta, e un indice di civiltà, sarebbe la defiscalizzazione di tutti i testi scolastici per favorire la crescita personale e del sistema-nazione. Esistono deduzioni per tutto, dalle spese mediche a quelle per il veterinario, per elettrodomestici e lavori edili. Noi da oltre dieci anni chiediamo di introdurre la detrazione fiscale su tutti i consumi culturali partendo dai libri necessari per scuola e università».
Nel mondo della scuola sono state avviate timide sperimentazioni. Una rete di scuole con capofila l’Istituto Majorana di Brindisi ha avviato “Book in progress” per mettere insieme docenti che realizzino materiali didattici disponibili in formato digitale per sostituire i libri di testo. Dall’anno scolastico prossimo, “Book in progress” arricchirà il progetto con l’intelligenza artificiale. Ma è un tentativo che fatica a prendere piede.
Filippo Maragotto
