Bio, riciclo, idrogeno: è il trinomio che Eni ha scelto per Porto Marghera.
Dove per bio si intende la bioraffineria, per riciclo il trattamento delle plastiche usate, mentre l’idrogeno ha a che fare con la mobilità senza emissioni inquinanti.
Sono queste – per Giuseppe Ricci, direttore operativo della trasformazione industriale di Eni – le direttrici attualmente più importanti per l’azienda, relativamente all’area industriale veneziana.
«Quando abbiamo fatto la fermata del cracking (l’impianto per “rompere” le molecole di petrolio greggio e ottenere etilene e altre materie prime che sono alla base della produzione di plastiche e gomme, chiuso nel maggio 2022, ndr), a Marghera abbiamo previsto interventi. Abbiamo optato per bioraffineria, chimica, bonifiche e gestione di acque e rifiuti, fonti rinnovabili e mobilità sostenibile – per un investimento di circa 500 milioni di euro. È vero che non faremo più l’impianto per l’alcol isopropilico e ci hanno bloccato l’impianto per il trattamento dei fanghi civili, ma con quello che stiamo facendo sull’idrogeno e con il potenziamento della bioraffineria il nostro budget è salito a più di 800 milioni, di cui un terzo già spesi. E altri soldi si potranno aggiungere per altre filiere».

Il verde, insomma, conviene anche oggi. E se lo dice Eni c’è qualche ragione in più per crederci. In una stagione in cui scettici e critici si sono rifatti avanti (con quali motivazioni scientifiche è discutibile, ma alzano la voce), la testimonianza più credibile viene da una grande azienda che si occupa di energia.
«È quasi una quindicina di anni che abbiamo iniziato ad affrontare il tema della transizione energetica e della decarbonizzazione e circa un quarto del cammino verso l’obiettivo l’abbiamo percorso. Di quanto combustibile fossile abbiamo bisogno oggi per produrre un watt di energia? Del 25% in meno rispetto all’inizio di questo percorso. Ma la meta resta l’azzeramento dell’uso di fonti fossili nel 2050». A dirlo è, appunto, Giuseppe Ricci
Obiettivo per il 2050: produrre tanta CO2 quanta se ne assorbe. Il punto di partenza è la scelta dell’Unione europea: raggiungere la neutralità carbonica. Le emissioni zero (o neutralità carbonica) consistono infatti nel raggiungimento di un equilibrio tra le emissioni e l’assorbimento di carbonio. Nel 2021, per esempio, le emissioni globali di CO2 hanno superato di più di tre volte la capacità totale di assorbimento sul pianeta.
Secondo il piano stabilito dal Green Deal, l’Europa aspira a diventare il primo continente a eliminare dall’atmosfera entro il 2050 almeno tanta CO2 quanta ne produce.
«In Eni – spiega Ricci – per prima cosa ci siamo chiesti come dev’essere la strategia verso questo obiettivo. Perché in trenta e più anni nel mondo può succedere di tutto: crisi economiche, guerre, cambiamenti politici… Quindi non possiamo sposare linee ideologiche e tanto meno la moda del momento, ma dobbiamo sviluppare una strategia sostenibile nel tempo e resiliente a tutto ciò che può succedere».
Per giunta, quando nel 2013 si avviava questo cammino, «sembrava tutto più facile: le rinnovabili avanzavano, tutti ci dicevano che sole e vento sono gratis e che la deindustrializzazione ce la possiamo permettere. In realtà si pensava ad un quadro troppo semplice, mentre lo scenario è molto più complesso. Per questo – prosegue l’ing. Ricci – puntiamo su un mix di soluzioni e non pensiamo che una di esse possa risolvere tutto. Una soluzione sola è più costosa, più rischiosa, più difficile da portare avanti…: e se poi passa di moda e ci troviamo tutti a piedi?».
Sarà il mercato a decidere qual è la tecnologia migliore e più utile. Perciò Eni ha fatto la scelta della neutralità tecnologica: «Sarà cioè il mercato a decidere se prevarrà l’una o l’altra, ma tutte le te-cnologie di decarbonizzazione vanno perseguite. Per questo abbiamo investito sul sole, sui biocarburanti, sulla cattura della CO2, sul metano, sull’idrogeno e perfino sulla fusione nucleare. E anche la ricerca ha dovuto lavorare su tutti questi percorsi, cambiando paradigma. Di fronte ad un mondo che cercava di opporre le fossili alle rinnovabili, il bianco al nero, il buono al cattivo, noi abbiamo detto: cerchiamo sinergie e complementarietà, c’è spazio per tutti: l’importante è decarbonizzare».
Da un mercato asfittico a uno in sviluppo. E decarbonizzare – che non è un’operazione a costo zero, anzi – può essere un motore potente di sviluppo economico: «Sì – riprende il direttore della trasformazione industriale – perché quello della raffineria industriale era un mercato asfittico e in declino. L’Europa, infatti, era da tempo un mercato maturo; se poi aumenta l’efficienza dei motori e arriva pure l’auto elettrica, beh, i consumi tradizionali non possono che diminuire. Quindi le raffinerie devono chiudere, non è che si possano tenere aperte se i clienti non ci sono. Non per niente, negli ultimi anni in Europa, su 99 raffinerie 25 sono state chiuse. E prossimamente ne chiuderanno altre. Per cui se gestisci una raffineria in un mercato calante, anche se non la chiudi, la gestisci in un contesto di crisi, dove non ci sono investimenti, non c’è sviluppo, non c’è ricerca…».
Anche perciò la scelta verde conviene: «Se dal mercato in crisi si passa a un mercato in sviluppo, per esempio quello dei biocarburanti, e chiudendo un impianto classico se ne apre uno innovativo, accanto al mantenimento occupazionale si apre a possibilità di ulteriore sviluppo. E Venezia ne è la dimostrazione, perché siamo partiti con la raffineria bio, che doveva lavorare olio di palma e produrre biodiesel da usare in miscela, poi abbiamo aggiunto gli impianti di pretrattamento per non usare più l’olio di palma e usare quello di frittura, i grassi animali o l’olio di ricino. Poi ci siamo detti: usiamo il gasolio bio puro e così oggi 1300 stazioni di servizio, nostre ma anche di altri marchi, lo vendono puro».
Dal 2027 a Marghera carburante bio per gli aerei. Fino ad arrivare al biocarburante per gli aeroplani: «Dieci anni fa non ci pensavano, ma adesso costruiremo a Marghera anche l’impianto per questo combustibile e cominceremo a produrlo nel 2027. E intendiamo aumentare la capacità della bioraffineria (dalle attuali 400mila a 600mila tonnellate annue, ndr). Tutti investimenti tipici di un mercato in sviluppo».
E sviluppo significa anche salvaguardia o crescita dell’occupazione: «Dobbiamo stare attenti all’effetto sociale che ne consegue. Se chiudiamo uno stabilimento con 500 dipendenti e 2000 nell’indotto, creiamo una crisi sociale: questa è una delle considerazioni che abbiamo fatto quando abbiamo convertito Venezia da raffineria a bioraffineria: allora c’erano 300 e passa occupati, adesso ce ne sono oltre 200, l’ordine di grandezza è simile. Adesso vogliamo consolidare il risultato, ma ulteriori sviluppi possono produrre nuova occupazione».
Che da tutto questo cammino tragga vantaggio l’ambiente è fuori discussione ed è il terzo pilastro (gli altri due sono risultati economici e ricadute sociali) su cui si basa la strategia di transizione energetica.
A che punto siamo in questo 2025? «Siamo a un 25-30% di riduzione nell’uso di fonti fossili. Il nostro obiettivo – conclude Ricci – è diventare carbon neutral nel 2050 sia per le emissioni nostre durante la produzione sia per i prodotti che vendiamo. Il che significa quasi azzerare i combustibili fossili, lasciando solo un po’ di gas, e vendere tutti prodotti decarbonizzati – bio o rinnovabili – facendo al contempo un po’ di cattura della CO2 e di azioni di forestazione per compensare le poche emissioni che avremo ancora».
Giorgio Malavasi
