Nel Nordest i redditi da lavoro dipendente crescono in termini nominali, ma non abbastanza per recuperare l’impatto dell’inflazione. A pagarne il prezzo sono soprattutto le famiglie, che riducono consumi, rinunciano ad attività educative, sportive e culturali per i figli e, sempre più spesso, cercano una seconda occupazione per arrivare a fine mese. È il quadro che emerge dalla ricerca condotta dall’Iref, l’istituto di ricerca delle Acli, presentata nei giorni scorsi a Venezia nell’ambito dell’anteprima dell’Incontro nazionale di studi dell’associazione, in programma il prossimo settembre. Lo studio, dedicato all’andamento dei redditi da lavoro dipendente nel periodo 2020-2025 in Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige, finisce per forza di cosa per delineare gli effetti sociali che stanno attraversando il territorio. In Veneto il reddito medio da lavoro dipendente passa da circa 25.400 euro del 2020 a quasi 30.000 euro nel 2025, con una crescita nominale attorno al 19%. In testa Treviso, sia a livello assoluto (31.575 euro di reddito medio nel 2025) che di aumento percentuale (più 24,8% rispetto al 2025). Più indietro, a livello assoluto, Venezia e Rovigo (con redditi medi sotto i 28.500 euro) e, in termini di incremento, Padova e Verona (rispettivamente più 17,4% e più 17,8% rispetto al 2000). Tutti incrementi che in ogni caso vengono fortemente ridimensionati dall’inflazione cumulata del periodo, superiore al 20%, determinando una perdita reale del potere d’acquisto per una larga parte dei lavoratori.
«I dati che emergono dalla nostra indagine non raccontano una crisi improvvisa, ma una trasformazione silenziosa del modello sociale veneto – dichiara Cristian Rosteghin, presidente regionale delle Acli del Veneto –. Continuiamo ad essere una regione che produce e lavora, ma il lavoro da solo non garantisce più automaticamente benessere, progettualità e mobilità sociale. Quando una famiglia deve scegliere se rinunciare allo sport dei figli, a percorsi culturali o alla cura delle persone, significa che il reddito non sta più svolgendo la sua funzione di protezione e crescita».
Secondo le Acli, uno degli elementi più evidenti è la crescita del fenomeno del multi-job, con un numero crescente di persone che affianca un secondo lavoro a quello principale per compensare la perdita di capacità di spesa. «Non possiamo leggere il doppio lavoro come un segnale di dinamismo economico – continua Rosteghin –. In molti casi rappresenta una strategia difensiva delle famiglie. Se per mantenere un tenore di vita dignitoso servono più occupazioni, il problema non è la disponibilità delle persone a lavorare, ma la qualità e il valore economico del lavoro stesso. Senza contare che chi ha due lavori guadagna in media 9.000 euro in meno all’anno di chi ha una sola occupazione». Le Acli segnalano inoltre come il fenomeno colpisca in modo particolare i nuclei con figli, i lavoratori dipendenti e le fasce intermedie del reddito, mentre il tema abitativo nelle aree urbane diventa un ulteriore fattore di pressione. Per questo l’associazione chiede un’azione coordinata tra istituzioni, imprese e parti sociali. «Serve una strategia comune regionale, che metta al centro salari, produttività e qualità dell’occupazione. Non basta contenere i costi: bisogna investire sulle competenze, sulla valorizzazione del lavoro, sulla contrattazione e sulla capacità di trattenere giovani e professionalità nel territorio».
