Entro Pasqua del 2026 saliranno a 30 i posti offerti dalla diocesi attraverso la Caritas veneziana alle detenute e detenuti a fine pena o con possibilità di pena alternativa. È questa la previsione del direttore della Caritas Franco Sensini che spera di giungere entro i primi mesi del prossimo anno all’apertura di Casa mons. Vianello a Campalto, dove sono previsti 10 posti letto.
Ma non è l’unica novità, in questo ambito: «Lunedì abbiamo inaugurato ufficialmente, con l’ingresso del primo ospite, l’appartamento dell’Ater di Marghera, che ha 4 posti per detenuti a fine pena o che possono usufruire di un regime alternativo, sempre di concerto con il Magistrato di sorveglianza», spiega Sensini. A questo si sommano gli 8 posti a Piazzale Roma, dove fino a giugno erano ospitate le detenute che ora sono alle Muneghette e ora invece sono destinati al carcere maschile. «In questi mesi abbiamo lavorato per riorganizzare questo tipo di offerta e giungeremo così ad avere 30 posti complessivi. È’ un impegno importante – sottolinea Sensini – voluto in prima persona dal Patriarca».
Va ricordato che la Diocesi di Venezia è socia insieme ad altre diocesi della Fondazione Esodo per la gestione delle pene alternative. Ed è in accordo con la Fondazione che si è realizzata la residenza alle Muneghette, operativa a partire da giugno, sotto la gestione della cooperativa Nova: «Qui ci sono 6 posti letto, in stanza singola, con bagno e un piccolo scrittoio. Le ospiti sono a fine pena, alcune hanno un lavoro, e l’obiettivo – spiega il direttore della Caritas – è accompagnarle nel recupero dell’autonomia. Abbiamo poi altri 2 posti per detenute in permesso premio, segnalate dal carcere tramite l’Uepe. In questa porzione delle Muneghetti c’è uno spazio comune per farsi da mangiare e stare assieme. La cosa bella è che si è creato un senso di comunità alle Muneghette con i volontari e gli operatori. Chi vuole ci dà una mano nel servizio mensa per i senza dimora (pulendo o stando in cucina) una o due delle ospiti collaborano con la Giovanni XXIII , dunque con la famiglia Tripodi, nella produzione delle particole. Il clima che si è creato è molto bello, quando c’è qualche evento o quando una di loro esce, si festeggia tutti insieme e così si crea clima comunità». In questo gruppo con gli operatori e i volontari c’è la cappellania del carcere, con don Massimo Cadamuro e don Paolo Bellio, le religiose e i volontari che vanno in carcere: «In pratica siamo presenti 365 giorni l’anno».
E’ questa la strada con cui detenuti e detenute vengono accompagnati verso la vita “dopo”, quando cioè finisce la pena. «L’obiettivo è proprio accompagnarli al mondo del lavoro, ma più in generale al ritorno nella vita quotidiana, la gestione dei soldi, della spesa. Perché – osserva Sensini – soprattutto le detenute vengono da periodi di detenzione lunghi, essendo il carcere della Giudecca una casa di reclusione. Cerchiamo di accompagnarle, anche spiritualmente in qualche caso, con l’obiettivo di un ritorno alla vita “fuori” che sia lontana dal rischio di recidiva. Cerchiamo di fare in modo che non si sentano sole, una volta uscite».
Serena Spinazzi Lucchesi
