Parla della “disuguaglianza” nel mondo e dovrebbe servire al G20, il gruppo dei 20 più grandi Paesi del mondo, per prendere le migliori decisioni per il futuro dell’umanità. Lo chiamano “rapporto Stiglitz” ma in realtà lo ha scritto un gruppo di esperti, guidati proprio dal premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, per il G20 appunto, ed è stato reso pubblico nei giorni scorsi. GV ne ha parlato con il professor Stefano Zamagni, docente dell’Università di Bologna e della John Hopkins University, già Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.
Professor Zamagni, perché il tema della disuguaglianza è così importante? In fin dei conti, senza accettare la disuguaglianza non si può riconoscere il merito.
Il tema della disuguaglianza va anzitutto distinto dal tema della povertà. I modi per contrastare quest’ultima sono noti ed infatti la povertà va diminuendo mentre contemporaneamente aumenta la diseguaglianza. La povertà è la mancanza di ciò che è essenziale a condurre una vita decente. La diseguaglianza invece, dice dell’allungamento della distanza tra gruppi sociali di una stessa comunità. Il diseguale non è uno che non ha nulla da mangiare, ma una persona che non ha una prospettiva di vita che le permetta di guardare avanti verso l’alto. Una persona che vede che col tempo si allunga la distanza tra la sua condizione e quella degli altri. Recentemente Papa Leone è intervenuto per dire che non è concepibile che all’interno della medesima impresa, ad esempio, ci siano dei differenziali stipendiali di ordine esagerato. Si è passati da 1 a 50 del dopoguerra – Valletta, amministratore delegato della Fiat, aveva uno stipendio 50 volte superiore a quello del suo operaio medio – a 1 a 1000. E questa è la diseguaglianza che aumenta.
Detto questo, professore, perché la diseguaglianza è così pericolosa?
Per tre ragioni. Primo, perché non è sostenibile dal punto di vista economico. La teoria più avanzata è concorde nel sottolineare che quando la diseguaglianza è troppo alta si assiste al declino dell’attività economica che non riesce più a sostenere la domanda effettiva. Cioè la gente non può più comprare. Se non può comprare, le imprese non vendono e se non vendono non realizzano profitto e si bloccano gli investimenti. La seconda ragione è di ordine sociale, perché la disuguaglianza è il più potente generatore di odio sociale. Il povero invoca aiuto, il diseguale invece finisce con l’odiare quello che è più avanti di lui e quando l’odio si trasforma in azione violenta abbiamo gli accadimenti che leggiamo ormai tutti i giorni sui giornali. In terzo luogo, sul piano della politica la diseguaglianza è nemica della democrazia. Questo è scritto già in Aristotele per il quale la democrazia non può funzionare se non è garantita a livello della comunità civica – la “polis” per gli antichi – un certo grado di eguaglianza. Quindi è chiaro che chi ama la democrazia come principio di organizzazione sociale non può certamente tollerare la disuguaglianza.
Il report di Stiglitz per il G20 dice che l’inuguaglianza è una scelta politica. Pensando a questo, secondo lei qual è la scelta più urgente e rilevante che l’Italia potrebbe prendere per ridurre le differenze?
Il rapporto Stiglitz è fatto tecnicamente benissimo. Purtroppo però individua le cause prossime dell’aumento delle diseguaglianze ma non mette in discussione il sistema. Spiega perché la finanza funziona male, su quali principi sbagliati si basa il commercio internazionale e così via. Ma la causa remota della disuguaglianza nel mondo, che il rapporto non mette in discussione, è che è proprio il sistema capitalistico come si è affermato negli ultimi 50-60 anni, che è all’origine di tutto questo. Bisogna cambiare il modello di economia di mercato capitalistico. Fintantoché si rimarrà attaccati al paradigma dell’economia politica non ci sarà niente da fare. O si va sul paradigma dell’economia civile o il problema risorgerà sempre.
In pratica cosa si deve fare?
Se passiamo al piano delle policies, cioè degli interventi, la lezione che si trae dalla lettura dei fatti e della realtà è che le politiche redistributive non bastano più, anche se sono quelle su cui tutti i politici di destra e di sinistra insistono. La lacuna più grossa, la tristezza più grande è vedere politici, anche influenti, che non riescono a capire i problemi della politica distributiva. Sanno soltanto prendere da chi ha di più, con il sistema della tassazione fiscale, per redistribuire a chi ha meno. Le misure che applicano sono quelle del reddito di cittadinanza, del reddito di base, e così via. Ma sono “pannicelli caldi”: qualcosa fanno, ma troppo poco.
Cosa si deve fare allora?
Bisogna passare alle politiche pre-distributive, non più soltanto re-distributive. Cioè bisogna attuare il principio della giustizia contributiva, introdotto per la prima volta nel 1986 dalla Conferenza Episcopale Americana con il documento “Justice for all”, giustizia per tutti. Per la prima volta lì si dice che dobbiamo dare a tutte le persone la possibilità concreta di inserirsi nel processo produttivo e quindi di diventare soggetti attivi e non meri ricettori di un reddito prodotto da altri. Perché il limite delle politiche redistributive è che offendono la dignità della persona. Ti danno soldi, però ti umiliano, ti fanno sentire un peso per la società. Giustizia contributiva vuol dire che tutti devono contribuire in proporzione alle proprie possibilità, con i propri talenti, alla generazione del prodotto sociale. Su questo fronte la misura da attenzionare in modo particolare è quella del “capitale di base universale”. Il reddito di base è dare a tutti un po’ di reddito alimentando una politica assistenzialistica. Con il “capitale di base universale” invece si fa in modo, anche con interventi ad opera dello Stato, che tutti possano formare un proprio patrimonio di formazione e istruzione ma anche un patrimonio finanziario. Questa politica qui del capitale di base universale è già in atto con successo da diversi anni, per esempio, in Australia.
Bisogna aumentare le tasse di successione?
Anche quello, sì. Oppure dotare alla nascita ogni bambino di una certa somma, ad esempio 1.000 € vincolati in un fondo gestito dallo Stato. A questo fondo si conferiscono i contributi, i regali, i doni che durante gli anni il bambino riceve da parenti e amici. Il fondo li gestisce e danno frutto. Così quando il bambino raggiunge la maggiore età, si trova un patrimonio che può usare o per continuare gli studi universitari o per creare una startup (una nuova attività imprenditoriale) o per altre iniziative. Va in altre parole superato il limite della tradizionale divisione tra lavoro e capitale. Questa idea del capitale di base per tutti, anche se non chiamato esattamente così, ricorre per la prima volta esplicitamente nella Rerum Novarum di Leone XIII che ad un certo punto dice che bisogna dare a tutti la possibilità non solo di ottenere un reddito sotto forma del salario da lavoro, ma anche una rendita da beni patrimoniali, la casa di proprietà per prima. Queste idee sono incorporate nella Dottrina Sociale della Chiesa e, come ho detto, sono praticate in Australia dove l’indice di disuguaglianza è tra i più bassi, ma anche in Norvegia e Svezia. Continuare a dare bonus qua e là serve soltanto a tacitare la folla per evitare che invada le piazze.
Ad un certo punto nel report si parla anche di impresa e di lavoro. Secondo lei qual è la riforma più importante da introdurre da noi, per conciliare meglio l’aumento della produttività con una più equa distribuzione tra capitale e lavoro?
Bisogna una volta per tutte prendere in considerazione e attuare il cosiddetto pluralismo aristotelico, cioè il concetto che l’economia di mercato deve ospitare una pluralità di forme di impresa, non soltanto le capitalistiche pure, ma anche le cooperative, le imprese sociali, le società benefit e tutte quelle che verranno. Perché fino ad oggi la regola è che l’impresa capitalistica pura è “impresa” per definizione mentre le altre sono eccezioni, tollerate sotto certe condizioni. L’economia di mercato deve essere pensata come un grande lago nel quale convivono specie diverse di pesci, ognuna con la propria identità, la propria funzione. In conclusione: il “rapporto Stiglitz” merita molto rispetto. Ma bisogna trovare il coraggio di dire le cose fino in fondo, perché altrimenti continuiamo a girare attorno ai problemi migliorando soltanto un po’ la situazione.
Fabio Poles
