La preghiera per chi non c’è più è un gesto di carità, ma anche un’occasione per riscoprire il valore del tempo presente: amare, perdonare e prendersi cura degli altri senza rimandare. È il messaggio al centro dell’omelia pronunciata dal Patriarca Francesco durante la Messa presieduta lunedì 2 novembre, giorno della commemorazione dei defunti, nella chiesa del cimitero di San Michele in Isola a Venezia.
Di fronte alla morte, ha osservato il Patriarca, non servono parole che pretendano di cancellare il dolore per la perdita di una persona cara. Serve piuttosto «una speranza capace di attraversarlo». La fede cristiana, ha spiegato, non offre una spiegazione facile della morte, ma la promessa che Dio non abbandona l’uomo e che la vita sarà più forte.
Il Patriarca Francesco ha richiamato l’immagine del banchetto proposta dal profeta Isaia: un luogo in cui si è accolti, si condivide e si vive una comunione senza fine. «Dio raduna i popoli, toglie il velo del lutto, asciuga le lacrime e prepara per noi una comunione senza fine», ha detto, invitando ad affidare i defunti alla promessa di questa accoglienza. Una speranza che trova fondamento in Cristo, il Dio dei viventi, che ha attraversato la morte ed è risorto. «La speranza cristiana non nega la morte: si appoggia a Cristo, che l’ha vinta».

Da questa prospettiva nasce anche il significato della preghiera di suffragio. Ricordare i propri cari, ha sottolineato il Patriarca, significa affidare loro alla misericordia di Dio, chiedendo che siano accolti e condotti alla pienezza della vita. La preghiera deve però estendersi anche a chi non ha più nessuno che lo ricordi: «Nessuno, però, è dimenticato da Dio». È un modo per vivere la comunione dei santi, uniti a Cristo e, attraverso di lui, anche a coloro che sono morti.
Il Vangelo, con il giudizio sulle opere di carità, indica intanto come vivere nell’attesa. Alla fine, ha ricordato mons. Moraglia, non conteranno il prestigio o il ruolo occupato, ma «la bontà con cui abbiamo vissuto», attraverso gesti concreti: dare da mangiare, accogliere, visitare e prendersi cura di chi è nel bisogno.
La commemorazione dei defunti diventa così anche un richiamo alla responsabilità quotidiana. «Amiamo finché possiamo, perdoniamo, prendiamoci cura gli uni degli altri, non rimandiamo il bene», ha concluso il Patriarca. La fragilità e la separazione imposte dalla morte ricordano quanto sia prezioso il tempo a disposizione. La carità vissuta ogni giorno, ha aggiunto, è già un anticipo della comunione promessa da Dio, quando «asciugherà ogni lacrima e ci radunerà, tutti, alla mensa della sua gioia». (G.M.)
(Un più ampio servizio nel numero di Gente Veneta in distribuzione da giovedì 5 novembre)
