C’è un momento della giornata in cui la stanchezza diventa visibile. È la sera, quando le persone tornano dal lavoro, salgono su un treno, aspettano un autobus. Hanno il volto segnato, lo sguardo distratto, il telefono in mano. Qualcuno risponde ancora ai messaggi, altri scorrono le notizie. Sono vicini, a volte stretti gli uni agli altri, eppure sembrano abitare mondi separati. È come se ciascuno portasse sulle spalle un peso che non riesce più a condividere.
Mi è tornata spesso alla mente questa immagine ripensando a una delle letture di quest’estate, La società della stanchezza del filosofo Byung-Chul Han. Un piccolo libro che dà un nome a qualcosa che tutti sperimentiamo. La stanchezza di cui parla Han non è semplicemente quella di chi lavora troppo o dorme poco. È una condizione più profonda, che riguarda il nostro modo di vivere.
Un tempo l’uomo doveva confrontarsi con un’autorità che imponeva regole e obblighi. Oggi, osserva Han, quel comando si è trasferito dentro di noi. Nessuno deve necessariamente obbligarci a correre: siamo noi a convincerci che dobbiamo farlo. Essere efficienti, competitivi, sempre disponibili. E soprattutto riuscire. Nel lavoro, nelle relazioni, nella vita. Come se ogni giornata fosse un esame e ogni risultato raggiunto servisse soltanto a prepararci a quello successivo.
Il paradosso è che tutto questo avviene nel nome della libertà. Ci viene ripetuto che possiamo diventare ciò che desideriamo, che tutto dipende da noi. Ma quando la possibilità si trasforma in un obbligo, la libertà diventa un peso. Se qualcosa non funziona, finiamo per considerarlo una nostra insufficienza. E così alla fatica si aggiunge il senso di colpa.
Naturalmente non tutte le stanchezze sono uguali. C’è chi è esausto perché sostiene due lavori, chi assiste un familiare, chi vive nell’incertezza economica. Ma Han coglie qualcosa che attraversa la nostra società: la difficoltà di sottrarsi a una vita nella quale bisogna continuamente dimostrare di essere all’altezza.
Il punto più interessante del libro arriva quando il filosofo si domanda che cosa questa stanchezza produca nei rapporti umani. Quando siamo esausti non perdiamo soltanto le energie per lavorare. Perdiamo anche la disponibilità ad ascoltare, incontrare, prenderci cura. Quante volte, tornando a casa, non abbiamo più voglia di parlare con nessuno? Persino una telefonata o il racconto di una persona cara possono sembrarci un impegno ulteriore. Non necessariamente perché siamo diventati egoisti, ma perché abbiamo consumato tutto altrove.
È qui che la stanchezza diventa una questione sociale. Si assottigliano le amicizie, diminuiscono le occasioni d’incontro, si indeboliscono i rapporti di vicinato.
Anche la partecipazione civile ne risente. Per occuparsi della propria città e dei problemi degli altri occorrono tempo ed energie. Ma se ogni giornata è una corsa per stare al passo, ciò che riguarda tutti finisce in secondo piano. Siamo continuamente collegati, ma sempre meno uniti. Conosciamo ciò che succede dall’altra parte del mondo, mentre rischiamo di ignorare la solitudine di chi abita accanto a noi.
La risposta più frequente è l’invito a rallentare, a riposarsi, a prendersi cura di sé. Consigli utili, ma che nascondono talvolta una contraddizione: anche il riposo è diventato qualcosa da organizzare e rendere produttivo. Ci fermiamo per recuperare le energie necessarie a ripartire. Come se non sapessimo più concederci un tempo che non debba necessariamente servire a qualcosa.
Eppure Han, nelle pagine conclusive, apre una prospettiva inattesa. Riprendendo lo scrittore Peter Handke, distingue la stanchezza che ci chiude in noi stessi da un’altra, capace invece di avvicinarci agli altri.
Pensiamo alla fatica di una famiglia che attraversa insieme un momento difficile, a chi aiuta le vittime di un’alluvione, a una giornata trascorsa lavorando fianco a fianco per qualcosa che sta a cuore a tutti. Alla sera si è sfiniti, ma quella fatica può lasciare la consapevolezza di aver condiviso qualcosa, di non essere stati soli. Esiste una stanchezza che separa e un’altra che può costruire legami.
Han ricorre perfino all’immagine della Pentecoste per evocare questa possibilità: persone riunite, raggiunte da qualcosa che nessuna avrebbe potuto produrre individualmente. È un’immagine che suggerisce una verità essenziale: ciò che conta maggiormente nella vita non nasce sempre da una conquista personale. A volte accade quando smettiamo di voler bastare a noi stessi.
Forse è questa la questione che il libro consegna al nostro tempo. Abbiamo imparato a valorizzare l’autonomia e la realizzazione personale, ma abbiamo finito talvolta per confonderle con l’autosufficienza. Dimenticando che abbiamo bisogno degli altri non soltanto quando siamo deboli, ma per diventare pienamente ciò che siamo.
Una società non si misura soltanto dalla ricchezza che produce o dalle opportunità che offre. Si misura anche dalla qualità delle relazioni che riesce a custodire, dal tempo che lascia alle persone per incontrarsi, dalla possibilità di non sentirsi abbandonati quando non si riesce più a tenere il passo.
Forse dovremmo domandarci non soltanto quanto siamo stanchi, ma che cosa stia diventando la nostra vita mentre ci stanchiamo. Quanto spazio rimanga per gli affetti, l’amicizia, la gratuità. Perché il vero rischio non è soltanto arrivare alla sera senza forze. È arrivarci senza avere più qualcuno con cui condividere la propria giornata.
Il contrario della società della stanchezza non è una società in cui nessuno si affatica più. È una società nella quale la fatica non ci condanna alla solitudine. Dove, sul treno della sera, qualcuno trovi ancora la forza di alzare gli occhi. E di accorgersi che accanto a lui c’è un altro essere umano, altrettanto stanco, che forse aspetta soltanto di essere riconosciuto.
Roberto Donadoni
