Tutti parlano di depaving, altrettanto facile è parlare contro la cementificazione, scontato dire che gli alberi vanno preservati. Sono suggerimenti saggi ed esigenze urgenti, ovvie, di cui i cambiamenti climatici mostrano la necessità. Più complesso è sviluppare uno stile di vita che sia capace di accompagnare, informare, far crescere delle buone prassi. E per questo la buona volontà e le norme giuridiche non bastano e neanche l’ecologismo etico. Se non siamo stati capaci di realizzare l’ovvio è perché va guarito il cuore dell’uomo. Serve qualcosa che curi, allora, questo cuore. Qualcuno ci è riuscito, a partire dal Vangelo. La città potrebbe rinascere, se fosse più “benedettina”.
La Regola di San Benedetto è attualissima, perché parla al cuore dell’uomo e propone una cultura della responsabilità verso le risorse, anticipando molti principi oggi associati all’economia circolare. Benedetto guardava all’uomo anzitutto come un servitore di Dio e un custode del Creato.
Un passo significativo è nel capitolo 31, dedicato al cellerario, l’economo del monastero: «Tratti le suppellettili e i beni del monastero come farebbe con i vasi sacri dell’altare; non ritenga nessuna cosa di poco conto». Se ogni oggetto merita rispetto, nulla è davvero usa e getta. La manutenzione, il riuso e la durata diventano un dovere prima ancora che una scelta conveniente.
Lo stesso capitolo aggiunge: «Non sia avaro né prodigo né dissipatore delle sostanze della comunità. Faccia tutto con moderazione». È il rifiuto tanto dello spreco quanto dell’accumulo, una sobrietà che oggi è riconosciuta come condizione della sostenibilità.
Anche il capitolo 32 è illuminante: l’abate deve affidare gli strumenti di lavoro a fratelli responsabili, conservarne l’inventario e richiamare chi li tratta con negligenza. Custodire i beni comuni, mantenerli efficienti e responsabilizzare chi li utilizza sono principi che richiamano una moderna gestione sostenibile delle risorse.
Non è un caso che i monasteri benedettini siano stati, nei secoli, laboratori di sviluppo: bonificarono terre, organizzarono l’agricoltura, conservarono boschi, gestirono l’acqua, valorizzarono ogni risorsa disponibile. Nulla veniva sprecato, perché tutto era considerato un dono da amministrare con responsabilità.
Tuttavia è bene ricordare che tali indicazioni pratiche relative alla vita comunitaria vengono molto dopo a quelle indicazioni spirituali che mirano alla “restaurazione” in Cristo dell’umano: in primis far camminare i monaci nella via dell’umiltà. La regola di Benedetto ci consegna dunque un metodo: se vuoi vivere bene devi riconciliare te stesso con Dio.
La storia cristiana ci ha consegnato luoghi belli e significativi, nati non semplicemente dallo stato di necessità ma dalla consapevolezza che all’uomo è affidata una missione: se si ha cura del mistero dell’uomo a partire dal Vangelo allora è possibile realizzare luoghi in cui la persona possa vivere in armonia con sé stessa e con il Creato.
Marco Zane
