Alte temperature in casa, dieta povera di verdure, poca idratazione. E poi tanta solitudine. Sono i disagi delle persone più anziane e fragili che vivono a Venezia e che scontano più di tutti gli effetti delle estati sempre più torride.
Lo conferma Gregori Cama Vila, uno degli 11 infermieri di Famiglia e Comunità dell’Ulss 3 Serenissima, che hanno in carico – per quanto riguarda Venezia centro storico e isole – circa 800 pazienti.
«Per queste persone anziane esistono luoghi di ritrovo, che possono essere semplicemente i campi cittadini oppure i centri anziani, dove trovano compagnia. Ma a causa delle alte temperature le relazioni diventano molto più difficili, quindi la solitudine può aumentare», spiega l’infermiere di famiglia che ogni giorno effettua dalle quattro alle sei visite a domicilio, cui si aggiungono i vari contatti telefonici, via mail, WhatsApp e cellulari: «Siamo in contatto non soltanto con i pazienti, ma con tutta la loro rete, quindi parenti, medici di medicina generale e specialisti ospedalieri». L’assistenza prestata dall’infermiere di famiglia è di accompagnamento, non di tipo medico in senso stretto: «Per medicazioni, flebo che riguardano pazienti in fase post acuta c’è l’Adi – Assistenza domiciliare integrata, ndr – noi forniamo un altro tipo di supporto siamo come dei consiglieri, dei facilitatori che cercano di migliorare le condizioni di vita di queste persone fragili, spesso con patologie croniche», spiega Cama Vila che si occupa della zona delle isole (Murano, Burano, Vignole…).
E qui entra in ballo la solitudine: «Purtroppo in un territorio come Venezia dove ci sono persone molte persone anziane, spesso i figli vivono lontano e la solitudine viene avvertita in modo molto evidente. Il fatto di avere un professionista facilmente reperibile che poi diventa un confidente, penso sia per loro un grande aiuto. Ovviamente la nostra funzione è mirata a migliorare le condizioni di vita a domicilio dove possibile, evitare accessi al pronto soccorso, portare l’ospedale dentro casa, garantire la continuità assistenziale, la prevenzione e la promozione della salute. Però il fulcro è creare una relazione con il paziente: noi siamo infermieri di famiglia e comunità, per cui l’azione si intende ampliata alla badante, ai figli, al vicino, nonché alle associazioni e ovviamente ai responsabili delle cure del territorio, ovvero la medicina generale».
Over 90 con più patologie insieme (e senza condizionatore).
Il caldo, poi, ci mette il “carico” sul piano della salute e della vita quotidiana di queste persone: «Aumentando la speranza di vita è più facile avere più patologie croniche insieme; è difficile che una persona di 90 anni o più non sia affetta da comorbilità. Molto spesso i pazienti hanno più patologie che, purtroppo, si potenziano a vicenda: una persona che ha ipertensione, magari è candidata a avere un’insufficienza renale piuttosto che altri tipi di problemi. Quindi man mano che cresce la speranza di vita, incontriamo pazienti con situazioni terapeutiche molto complesse. I farmaci sappiamo che fanno bene da una parte, ma hanno delle controindicazioni, specie con il caldo cambia tutto. Inoltre c’è il problema che spesso gli anziani con basso reddito non hanno risorse adeguate per combattere il caldo: molti miei pazienti, che sono fragili e spesso seguiti dai servizi sociali, non hanno l’aria condizionata e qualcuno addirittura non ha nemmeno il ventilatore, il che è una cosa tremenda». Da questo punto di vista il servizio dell’infermiere di famiglia si rivela particolarmente prezioso: «Noi entriamo nelle case e vediamo in che condizioni vivono le persone fragili: verifichiamo se nel frigorifero hanno frutta o verdura, se hanno il ventilatore, le zanzariere, e monitoriamo le temperature in casa. Se uno vive all’ultimo piano sotto il tetto, piuttosto che al piano terra, la situazione cambia. Noi facciamo da segnalatori: se vediamo che la mamma ha 37-38 gradi in casa e il ventilatore non funziona, segnaliamo subito ai figli o ai parenti».
L’acqua e l’anguria, due cose da non scordare.
«Un altro aspetto su cui lavoriamo tantissimo, legato all’età, è che le persone anziane hanno un sistema di termoregolazione meno efficace rispetto ai giovani: non sentono il calore, hanno una diminuzione della sudorazione e spesso un calo evidente dello stimolo della sete. Le persone bevono solo quando hanno sete, invece noi cerchiamo di educare, motivare, incentivare: gli diciamo di mettere l’acqua in frigo, magari aggiungerci un po’ di limone, di mangiare anguria. L’idratazione è una vera e propria terapia, soprattutto per chi prende farmaci diuretici o antiipertensivi che, con il caldo e una scorretta idratazione, portano a sbalzi di pressione, con rischi di sincopi, cadute e purtroppo non rari accessi evitabili al pronto soccorso».
Piccole attenzioni che possono fare la differenza.
Serena Spinazzi Lucchesi
