«Il nostro obiettivo è valorizzare gli artigiani e i loro mestieri»: lo spiega a GV Ilaria Marcatelli, fondatrice e direttrice creativa dell’associazione Maker Mile, progetto avviato nel 2017 e concretizzatosi in associazione nel 2020: «Avevo iniziato a dedicarmi alla mappatura dei mestieri artigiani di Venezia per poter comprendere tutto ciò che riguarda il design locale. Da allora mi sono avvicinata alle botteghe e ho cominciato a conoscere gli artigiani sia professionalmente sia umanamente». Grazie al sostegno dello studio di brand design Pentagram e ai finanziamenti europei del Pnrr l’idea iniziale si è ampliata e strutturata. Oggi Maker Mile ha un sito web e un profilo su tutte le principali piattaforme social e continua la tessitura della rete artigiana: «Ci impegniamo- afferma Marcatelli- a raccontare la storia di ogni artigiano attraverso fotografia e storytelling. Al mio fianco lavorano due fotografi, una scrittrice, una videomaker e un grafico. È un ottimo team che stimo molto e che contribuisce a portare stimoli al progetto».
Ogni racconto richiede tempo e impegno: «Per raccontare ciò che rende unico ogni artigiano e ogni mestiere – spiega la direttrice di Maker Mile – abbiamo bisogno di tempo e risorse: per questa ragione al momento siamo riusciti a parlare solo di 25 artigiani benché la nostra rete sia ormai più estesa. Per mettere in evidenza il lavoro dei nostri artigiani, inoltre, abbiamo creato un negozio online per la vendita di alcuni prodotti artigianali realizzati esclusivamente per Maker Mile».
Il cuore del progetto è rappresentato dall’artigianato veneziano, ma l’associazione ambisce ad ampliare i propri orizzonti al di fuori del territorio lagunare: «Noi ci concentriamo su Venezia – spiega la fondatrice – ma crediamo profondamente nella forza delle relazioni. Siamo convinti che la collaborazione tra artigiani con percorsi e competenze diverse e il dialogo con designer e giovani talenti possano rappresentare il futuro dell’artigianato».
Nel concreto il progetto punta a comunicare l’arte artigiana in maniera efficace e coinvolgente per avvicinarsi anche alle nuove generazioni e mira a incuriosire i giovani tramite laboratori e workshop: «In questi anni – spiega – ci stiamo concentrando nella proposta di laboratori, conferenze e lezioni di approfondimento (lectures) in particolare a studenti di università internazionali. In futuro ci piacerebbe molto rivolgerci anche a differenti fasce di età, dalla scuola primaria agli istituti superiori e ai licei, per far toccare con mano i saperi artigianali».
Ma Maker Mile rappresenta una rete anche perché permette il contatto tra più artigiani e tra questi e altre realtà: «Per molti fattori – osserva Marcatelli – l’artigianato locale, e in particolare quello veneziano, è in difficoltà. Uno di questi, secondo noi, nasce dal considerare erroneamente i prodotti di questi mestieri come qualcosa da conservare “in teca” e non come qualcosa di vivo e connesso alla contemporaneità. Perciò noi diamo la possibilità agli artigiani di confrontarsi con aziende di design, architettura, branding e di altre realtà ancora, in modo che possano inserirsi in un circuito più vasto». Per questo ramo del progetto Maker Mile organizza anche visite “ispirazionali” da parte delle aziende nelle fabbriche e nei laboratori artigianali, utili per suggerire spunti per nuove linee di produzione.
Inoltre, per avvicinare il grande pubblico al sapere artigiano, l’associazione promuove eventi, incontri e conferenze dedicati alla valorizzazione dei mestieri d’eccellenza. Tra le iniziative più recenti c’è la proiezione di una serie di documentari dedicati a 10 artigiani del territorio, realizzati grazie al sostegno del Comune di Venezia e al contributo diretto dei cittadini attraverso una campagna di crowdfunding civico. I documentari sono presenti anche sul sito di Maker Mile. «Ma stiamo già lavorando al prossimo documentario -anticipa la fondatrice – che sarà dedicato a un artigiano straordinario che, purtroppo, oggi non esercita più la sua attività, nonostante l’eccellenza del suo lavoro. Sentiamo l’urgenza di custodire e trasmettere anche questo genere di storie».
Camilla Pustetto
