Un quartiere a misura d’uomo, dove si può nascere, crescere e invecchiare avendo tutto a disposizione a non più di un quarto d’ora di cammino. Nell’epoca in cui gli urbanisti di tutto il mondo teorizzano la “città dei 15 minuti”, Mestre scopre di avere già in casa un modello quasi perfetto: la Gazzera.
A tracciare la radiografia di questo territorio è stato l’architetto Oscar Girotto, storico dirigente e direttore dell’Assessorato all’Urbanistica del Comune di Venezia, nel corso di un incontro pubblico per gli ottant’anni della parrocchia locale. Oggi la Gazzera è uno dei pochissimi quartieri urbani davvero compiuti dell’intera terraferma, un’isola felice dotata di asili, scuole, impianti sportivi, aree culturali e strutture assistenziali.
Questo standard di vita elevato è il risultato di una imponente stagione di investimenti statali e comunali. Girotto ha stimato che lo sviluppo della «città pubblica» alla Gazzera – tra scuole, impianti sportivi, il recupero di Forte Gazzera e la casa di riposo – abbia mobilitato una cifra impressionante: 900 milioni di euro complessivi, pari a circa 23 milioni di euro all’anno per quasi quattro decenni.
Eppure, in questo disegno quasi perfetto, resta un grande rimpianto storico: l’occasione mancata della piazza. Alla fine degli anni Cinquanta, infatti, l’unico vero spazio centrale e aggregativo del quartiere venne cancellato per fare posto a un edificio residenziale, poco prima che venisse eretta la nuova chiesa. Un vulnus urbanistico figlio di un’epoca priva di vincoli paesaggistici e sensibilità ambientale, che ha privato per sempre la comunità del suo naturale cuore pulsante.
Dalle ville patrizie all’esplosione di Marghera: un po’ di storia. I confini della Gazzera, spesso aggregata ad altre realtà istituzionali, sono ben definiti dalla geografia e dalle infrastrutture: a nord il fiume Marzenego la separa da Zelarino, a est la tangenziale fa da barriera verso Mestre, a sud il rio Cimetto la divide da Santa Barbara, mentre a ovest il tessuto urbano sfuma verso Asseggiano lungo via Brendole. Il nome stesso rivela le origini rurali, derivando con ogni probabilità dalle gazze che popolavano le campagne.
La storia profonda del quartiere inizia nel 904, quando l’imperatore Ottone III di Sassonia donò questi terreni a Rambaldo di Collalto. Nei secoli successivi l’area si arricchì di splendide ville patrizie e, nel 1926, il locale oratorio di San Francesco entrò a far parte della Diocesi di Treviso.
Fino al 1890, tuttavia, la Gazzera non esisteva come nucleo compatto: era un insieme di case sparse e poderi agricoli. La vera metamorfosi scatta a metà del Novecento:
Tra il 1940 e il 1955 inizia il boom. La ricostruzione post-bellica e il tumultuoso sviluppo del polo industriale di Porto Marghera creano una gigantesca domanda di case. Alla Gazzera si rifugiano sia gli operai della terraferma, sia i primi veneziani che abbandonano il centro storico.
Il periodo 1968-1978 è l’epoca del primo Piano Regolatore. Il quartiere cresce in quella che Girotto definisce l’espansione della «città privata», anni in cui Mestre era quasi priva di spazi pubblici (gli unici sfoghi erano Piazza Ferretto e il parco di Villa Querini).
Dagli anni ‘90 ad oggi il trend si inverte. Come nel resto del Comune, la popolazione inizia a calare. Oggi, nel 2026, gli abitanti della Gazzera si sono stabilizzati intorno alle 6 mila unità, che rappresentano il 3,4% dell’intera popolazione comunale.
Il riscatto della “Città Pubblica”. Se la terraferma oggi concentra la stragrande maggioranza della popolazione veneziana (il 71% dei residenti totali, a fronte di un centro storico ridotto ad appena il 19% nel 2025), è merito della profonda trasformazione urbanistica avviata dalla fine degli anni Ottanta.
È in questo periodo che Venezia ha iniziato a dotare la sua terraferma di servizi e dignità urbana: sono nati il Teatro Toniolo, il Centro Candiani, il museo M9, il polo universitario di via Torino, i grandi parchi di San Giuliano e della Bissuola, e sono stati recuperati i Forti militari.
In questa metamorfosi, la Gazzera ha saputo difendere la propria identità di «paese». Paradossalmente, proprio le grandi barriere infrastrutturali che la cingono – le linee ferroviarie per Trieste e Udine da un lato e la tangenziale dall’altro – hanno fatto da scudo, proteggendo il quartiere dal caos e permettendogli di sviluppare quella rete di servizi di prossimità che oggi lo rende un modello di vivibilità unico nel panorama mestrino.
Marco Monaco
