Cosa lega un ex sicario di mafia siciliano, un giovane magrebino coinvolto nel narcotraffico e un colto uomo di mezz’età finito in galera per un raptus? La risposta non risiede solo nelle sbarre che li circondano, ma in una millenaria storia di tradimenti e riconciliazioni che attraversa le sponde del Mediterraneo. Giovedì 23 aprile, alle ore 20.30, il Teatro Kolbe di via Aleardispiterà “Joseph & Bros”, uno spettacolo di Alessandro Berti tratto dal testo di Ignazio De Francesco.
L’opera, prodotta da Casavuota, trasforma lo spazio angusto di una cella carceraria — appena nove metri quadrati — in una sineddoche della società contemporanea e della «Grande Storia» tra i popoli. Ahmad, Salvo e Gadi (interpretati da Alessandro Berti, Savì Manna e Francesco Maruccia) sono costretti a una convivenza estrema che funge da acceleratore di sentimenti e conflitti.
Il cuore pulsante della narrazione è il mito di Giuseppe e i suoi fratelli, presente sia nella Bibbia che nel Corano. Questa vicenda antica di fratricidio tentato, rapimento e vendita come schiavo diventa il «gioco di ruolo» attraverso cui i detenuti rileggono le proprie vite. La cella si fa metafora di territori divisi da muri, dove la fratellanza è un tentativo faticoso da riprendere dopo ogni fallimento.
Il copione non è frutto di semplice immaginazione. Ignazio De Francesco, monaco e islamologo con una profonda esperienza nel mondo carcerario, ha basato il testo su un intenso lavoro di documentazione. I dialoghi traggono linfa da scambi con detenuti ed ex detenuti, oltre che dalle dichiarazioni di noti collaboratori di giustizia come Tommaso Buscetta.
«È una riflessione sulla violenza che nasce dal cuore dell’uomo (il maschio) e si riversa nelle relazioni personali e nel rapporto tra i popoli», spiega l’autore. Eppure, tra la polvere e il rimorso, emerge una nota di speranza: i tre danno vita a una vera folk band carceraria, i «Joseph & Bros», che accompagna il pubblico fino a un concerto finale, segno di una rinascita possibile oltre il delitto.
La regia di Alessandro Berti punta sull’essenzialità. Azzerata la scenografia, l’attenzione resta tutta sui corpi, le voci e le movenze dei tre protagonisti: uomini segnati, ma non vinti. Una scelta rigorosa che rifiuta l’istrionismo per lasciare spazio alla potenza del testo e all’emozione pura.
L’iniziativa, promossa dalla Cappellania della Casa Circondariale Santa Maria Maggiore di Venezia, è a ingresso con offerta libera.
