Due “parafulmini” in città – per dirla con le parole del Patriarca – posti a protezione di un’intera comunità. Due porti sicuri dove compiere quello che anche Cristo faceva, la preghiera, che è «il motore della Chiesa».
Il primo ”parafulmine” è stato “issato” ventiquattro anni fa, a Santa Maria Goretti, in una piccola cappella al di fuori dei grandi centri cittadini che, grazie alla caparbietà del parroco don Narciso Danieli e di almeno duecento fedeli, viene raggiunta ogni giorno da persone dell’intera diocesi. Il secondo “parafulmine” continua invece la sua funzione nella chiesa di San Silvestro, nel ricordo di don Antonio Biancotto «che, solo, ci ha regalato questo grande gesto nella laicissima Venezia». Con il ricordo e l’omaggio rivolto a lui, scomparso un anno e mezzo fa, domenica 23 novembre il Patriarca Francesco ha celebrato nella comunità mestrina di Santa Maria Goretti, chiesa giubilare diocesana, proprio il Giubileo degli adoratori.

Lì e a San Silvestro, giorno e notte, un tabernacolo è aperto e mostra l’eucaristia, «che non è una reliquia, non è un’icona. Non ripete il sacrificio di Cristo, – ha detto il Patriarca – ma rende attuale l’unico sacrificio della Croce».
Un segno che in tanti frequentano, tra i fedeli provenienti dalle due comunità e da molte altre parrocchie – da Venezia a Jesolo, passando per tutta la diocesi – affidando un momento di respiro, di riposo e di raccoglimento nella preghiera di adorazione. «Lo dico soprattutto agli adolescenti e alle adolescenti: confidiamo e parliamo dei nostri problemi a chiunque, anche alle persone meno indicate. Impariamo a parlarne con Cristo», ha spronato il Patriarca nel corso della Messa, dopo la meditazione dedicata ad oltre duecento adoratori delle due comunità. «Essere adoratori vuol dire essere dotati di una grazia. Noi dobbiamo riconoscere le grazie di Dio nella nostra vita, altrimenti siamo dei falsi umili. Essere adoratori vuol dire essere nel cuore di Dio in modo particolare. Per questo bisogna pensarci bene prima di mancare il proprio turno all’adorazione. La fedeltà è ciò che ci rende più simili a Dio».
Al bando l’antica dicotomia tra la preghiera e le opere di carità. Tra le due, l’appeal principale di solito ce l’hanno le seconde, ma nella classifica ideale non devono essere contrapposte. «Dire di capire missionari e infermieri e non chi sta in contemplazione, vuol dire che non si capisce la Chiesa», ha tagliato corto il Patriarca. «L’Eucaristia è il sì di Cristo senza scuse, senza se e senza ma».
«In questa celebrazione giubilare desideriamo rendere grazie al Signore per tutto il bene che ha compiuto in questi anni attraverso l’adorazione – hanno detto in un messaggio gli adoratori di Santa Maria Goretti –. Per la speranza che ha sempre infuso in tutti noi, rendendoci suoi portatori in questo fragile mondo». «Da bambino mi è stato detto che i luoghi di preghiera sono i “parafulmini” che salvano l’umanità», ha concluso il Patriarca.
«Ringrazio chi trova il tempo, e di solito lo trova chi lo vuol trovare. E ringrazio soprattutto chi non fa parte di queste due comunità: chi viene da fuori per compiere questo gesto e coloro che sono passati da qui in questi 24 anni. L’adorazione è il culmine della vita cristiana, l’atto d’amore più grande».
Maria Paola Scaramuzza
