La provincia di Venezia genera lavoro, spesso tanto lavoro, ma non sempre lavoro buono. Quello turistico, in particolare, resta lavoro povero. Per esempio, solo il 5,49% degli apprendisti nel turismo diventano poi lavoratori stabili contro il 54,9% di quelli dei trasporti. Un rapporto di uno a dieci.
Il dato emerge da una ricerca dell’Ufficio Studi della Cisl di Venezia, che ha analizzato l’evoluzione dei flussi occupazionali, con particolare attenzione al “buon lavoro”, ossia l’indicatore decisivo con cui misurare la salute reale di un territorio: stabilità, salari adeguati, orari sostenibili, crescita professionale e possibilità di costruire un futuro.
Nel triennio post-pandemico 2022–2024, la manifattura nel Veneziano è tornata a essere il primo motore di occupazione stabile, con 12.570 assunzioni a tempo indeterminato. Non è un dato marginale: anche in una provincia a forte vocazione turistica, l’industria resta il settore che garantisce più continuità, più qualità contrattuale e più filiere professionali. All’interno della manifattura spiccano i comparti della pelle e della calzatura, dell’impiantistica elettrica e idraulica, della meccanica di precisione, dei trattamenti metallici, dell’abbigliamento, dell’Ict (tecnologie dell’informazione e della comunicazione), delle apparecchiature tecniche e del comparto alimentare. «È un tessuto produttivo che regge – spiega il referente del mercato del lavoro della Cisl Venezia, Marco De Favari – perché basato su competenze, cura del prodotto, reti di subfornitura e un valore aggiunto che resta superiore a quello dei servizi turistici».
Sul fronte opposto, ristorazione e ricettività continuano a rappresentare una forza economica imponente, perché nel triennio 2022–2024 hanno generato 8.520 assunzioni stabili e un volume enorme di apprendistati: 15.935, di cui ben 10.110 nei soli servizi di ristorazione. «Ma è proprio in questi numeri – prosegue De Favari – che si legge la fragilità del settore. Il rapporto di uno a dieci tra turismo e manifattura nel passaggio a occupazione stabile è un dato molto basso. Mostra una struttura occupazionale che tende a consumare rapporti di lavoro più che valorizzarli».
Un quadro chiaro, dunque, con la stessa dinamica che emerge guardando al part-time; così negli ultimi cinque anni, la media provinciale è del 32% ma la differenza tra i settori è enorme, perché nella manifattura il part-time sul tempo indeterminato si ferma al 19,5%, nelle costruzioni al 9,6 % e nei trasporti al 18%. Al contrario, nella ristorazione e ricettività sale al 55% e la stessa quota si registra nelle attività professionali, mentre nel commercio il part-time stabile tocca il 34,5%. «È un indicatore chiave – continua ancora De Favari – perché significa che molti lavoratori del turismo e del commercio hanno un posto sì “stabile” ma non un reddito sufficiente a progettare una vita autonoma. Il part-time, in questi casi, non è una scelta ma una necessità».
