I giovani veneti non cercano il «posto fisso» a ogni costo, ma pongono l’autonomia economica e il benessere psicofisico come condizioni non negoziabili per la loro partecipazione al sistema produttivo.
Lo dice il report «Attese (non) tradite?», curato da Davide Girardi e Tiziana Piccioni per l’Osservatorio Iusve in collaborazione con Veneto Lavoro, presentato mercoledì 8 aprile. L’indagine offre uno spaccato inedito sulla condizione dei giovani adulti veneti (18-34 anni) di fronte al mercato del lavoro nel 2025. Oltre 900 le interviste realizzate.
Il dato più significativo riguarda la questione salariale: per il 65% dei rispondenti, i bassi stipendi rappresentano il principale ostacolo nel mercato del lavoro, superando di gran lunga il tema della precarietà contrattuale (29,4%). Non si tratta di una pretesa economica fine a se stessa, ma della necessità di raggiungere un’autonomia economica che è vista come il «volano» per l’effettiva autodeterminazione e il distacco dalla dipendenza familiare.
L’indagine evidenzia come i giovani stiano attuando una forma di resistenza nuova e spesso invisibile. Se in passato la contestazione era pubblica e collettiva, oggi si manifesta attraverso scelte individuali drastiche: il rifiuto di impieghi che non garantiscano un equilibrio tra vita privata e professionale o che compromettano il benessere psicofisico. Il lavoro è considerato una parte fondamentale dell’identità, ma non deve diventare una «gabbia».
Un altro elemento chiave è la percezione della mobilità. Per i giovani adulti veneti, cambiare lavoro non è solo un segno di instabilità, ma una strategia per massimizzare le possibilità di trovare un «lavoro decente». Il tutto confermato dai comportamenti di ricerca: oltre il 57% ha aggiornato il curriculum nell’ultimo anno e il 37,5% monitora costantemente i portali di annunci.
Emergono infine richieste al sistema delle imprese. I giovani chiedono non solo salari dignitosi, ma anche riconoscimento e trasparenza nei percorsi di crescita. Il report suggerisce la necessità di una «road map» che veda le aziende investire in momenti di dialogo e tutoring per gestire il cosiddetto «lavoro emotivo» — ovvero la gestione di frustrazioni e aspettative — superando la solitudine che spesso caratterizza la transizione scuola-lavoro. In sintesi, il Veneto si trova di fronte a una generazione che ha «incorporato» la flessibilità ma che chiede al mercato del lavoro un patto nuovo, basato sul rispetto del tempo di vita e su una retribuzione che permetta di progettare il futuro.
