Faceva le cose con convinzione e senza indulgere a compromessi: così era don Dino. Un esempio? Lo ricorda Alberto Albertini, responsabile di Casa San Raffaele della Caritas, che ha conosciuto don Pistolato, mancato il 24 marzo scorso a 68 anni, fin da ragazzo e che ne ha accompagnato tutti i 45 anni di vita sacerdotale collaborando con lui in alcune delle iniziative più rilevanti e innovative realizzate in Diocesi.
«Da poco prete – ricorda Albertini – don Dino insegnava religione al “Massari”, a Mestre. In classe a un certo punto si ritrova un ragazzo che non solo non ha nessuna voglia di fare religione ma soprattutto, in anni turbolenti e di contrapposizione com’erano quelli, voleva sbattere in faccia anche a quel giovane prof che la religione è anacronistica e l’ora di religione ancor di più. Ma don Dino, con il carattere e la consapevolezza che si ritrova, non ci sta a farsi prendere in giro o a farsi usare; perciò agli scrutini a fine anno rimanda quel ragazzo a settembre». Apriti cielo: lo studente che voleva prendere in giro il prof si trova preso invece molto sul serio, visto che le sue parole lo conducono ad essere rimandato. Il fatto circola e produce apprezzamento ma anche polemica: perfino l’allora ministro della Pubblica Istruzione Franca Falcucci telefona a quell’insegnante di religione per dirgli che non è il caso di rimandare in religione…
«Da quella circostanza – prosegue Alberto Albertini (primo da sinistra nella foto di apertura, in uno scatto recente insieme, tra gli altri, a don Pistolato) – don Dino rinuncia all’insegnamento nella scuola pubblica, ma lo fa dimostrando che alla religione lui dà un rilievo e che quel rilievo vuole trasmettere ai ragazzi».
Poi ci sono gli anni in cui è l’intera famiglia Albertini a lavorare spalla a spalla con il sacerdote: «Grazie all’intuizione e alla volontà del Patriarca Marco, sono mio papà Ilario e don Dino a mettere in piedi la comunità di prima accoglienza per migranti Casa San Raffaele. E non fanno una cosa alla buona, tanto per fare: vanno in Austria, dove c’erano già strutture del genere, per vedere come funzionano. Da quelle esperienze importano alcuni elementi di fondo della nuova comunità: per esempio il fatto che gli ospiti gestiscono da soli le pulizie e la preparazione del cibo. Non era per nulla scontato. E invece il concedere loro una certa autonomia e una fetta di autogestione ha permesso fin da subito da farli sentire non sradicati, ma custodi della propria storia e identità anche in una società del tutto diversa».
Poi ci sono tante imprese seguite un po’ più da lontano, come quella della comunità di accoglienza per tossicodipendenti: «Dialogava anche con i peggiori e riusciva a instaurare una relazione. E che coraggio ha avuto a impegnarsi fra i primi nel mettere in piedi una comunità per malati di Aids, quando questa malattia uccideva e la vicinanza con chi stava male era pericolosa…».
Fino a un episodio di queste ultime settimane, che lega di nuovo Alberto Albertini a don Dino, ormai parroco a Gambarare: «Ho due nipotini che non hanno ancora ricevuto il Battesimo. Due mesi fa vengono e mi dicono: “Vogliamo essere battezzati da don Dino”. Tutto era già organizzato per la notte di Pasqua. Poi è successo quel che è successo…».
Giorgio Malavasi
