Cento anni fa nasceva il cardinale Marco Cé (Izano, 8 luglio 1925; Venezia, 12 maggio 2014). Sacerdote della Diocesi di Crema, di cui fu Rettore del Seminario, poi vescovo ausiliare di Bologna, poi Assistente Generale dell’Azione Cattolica Italiana, giunse a Venezia il 7 dicembre del 1978, nominato Patriarca da San Giovanni Paolo II. Per molti anni fu pastore di questa Chiesa lasciando un vivo ricordo nella memoria del Popolo di Dio.
Condividiamo in anteprima un editoriale del Patriarca Francesco commemorativo della figura e della testimonianza del compianto Patriarca Marco, nel centenario della nascita. Il testo sarà pubblicato nei prossimi giorni anche sul settimanale diocesano “Gente Veneta”. Di seguito il testo integrale dell’editoriale:
«La ricorrenza dei cento anni dalla nascita dell’amato patriarca Marco ci porta a ricordare questa luminosa figura di uomo e di sacerdote. Nato in un umile borgo della campagna lombarda, ha saputo dare i suoi frutti nella vita sacerdotale nella sua diocesi d’origine, in particolare come rettore del Seminario di Crema, poi ricevendo il dono dell’episcopato e divenendo vescovo ausiliare di Bologna, in seguito assistente generale dell’Azione cattolica italiana ed infine cardinale patriarca di Venezia, città e diocesi da lui profondamente amate al punto da rimanervi per ben 35 anni; infatti, ai 23 di patriarca vanno aggiunti i 12 trascorsi come vescovo emerito nella casa di San Barnaba, insieme al segretario e amico fraterno don Valerio Comin.
Il legame con Venezia fu davvero speciale e lo possono testimoniare ancora quanti lo hanno conosciuto. Lo stesso patriarca Marco, in un’ampia intervista rilasciata all’incirca un anno prima della morte, in vista di un incontro culturale a Mestre, confessava che «il dono della paternità nella Chiesa di Venezia è stata la grazia più grande della mia vita. Nella Chiesa di Venezia Dio mi ha dato una famiglia da amare per conto suo e dalla quale essere riamato».
In questi giorni c’è chi lo ricorda con momenti di preghiera e commemorazioni di vario tipo. La diocesi di Venezia ha vissuto l’anno scorso un’occasione speciale, nella ricorrenza dei dieci anni dalla morte, con l’uscita del volume “Marco Cé. Fedeltà e profezia”, una pubblicazione realizzata a più mani e presentata ufficialmente a Zelarino l’11 maggio 2024; inoltre, nel prossimo mese di ottobre (periodo scelto per favorire una più ampia partecipazione), vi sarà in San Marco una celebrazione eucaristica diocesana presieduta dal cardinale Oscar Cantoni – amico di lunga data del patriarca Marco -, a cui seguirà un particolare ricordo a partire dai suoi scritti e testi.
Per quanto mi riguarda, ho avuto modo di conoscere personalmente il cardinale solo nel 2012 e, quindi, negli ultimi due anni della sua vita terrena, eppure anche in quel brevissimo periodo ne ho ricavato un’impressione chiara e precisa che qui desidero condividere. Chi l’ha conosciuto potrà facilmente aggiungere i suoi propri ricordi.
Certamente chi ha avuto la grazia di conoscerlo ricorda il sorriso sereno e accogliente che metteva a proprio agio chiunque si rivolgesse a lui. Ho sperimentato personalmente, fin dalla prima conversazione, la sua cordialità. Ricordo, in particolare, la gratitudine che mi manifestò durante la prima telefonata che gli feci il giorno in cui fu resa pubblica la mia nomina. Lo avevo chiamato per presentarmi e chiedere la sua benedizione; lui sembrava stupito di questa attenzione nei suoi riguardi e mi ringraziò con vera gioia.
Nei successivi incontri, avvenuti nel mio primo anno a Venezia, chiesi al cardinale di aiutarmi a conoscere la Chiesa a cui ero stato mandato e, in particolare, i confratelli nel sacerdozio. Tutte le volte che ebbi occasione di confrontarmi con lui, mi colpiva la sua bontà di giudizio unita ad una grande perspicacia nelle valutazioni su fatti, persone e situazioni anche, ormai, lontane nel tempo; di tutto e di tutti manteneva un ricordo penetrante.
Nell’ultimo periodo ho colto il suo progressivo affidarsi a Dio; quanto più si avvicinava il momento dell’incontro col Signore, tanto più era sereno. Pur amante della vita, sentiva ineluttabilmente approssimarsi l’ora della morte e cresceva in lui una visione sempre più soprannaturale e, giorno dopo giorno, intravvedeva quell’Oltre verso il quale anche noi siamo chiamati.
Che cosa dice a noi oggi, il nostro amato patriarca Marco? Possiamo cercare di rispondere richiamando le sue parole sulla Chiesa di Venezia che per lui sempre più fu “casa” e “famiglia”, come ha sottolineato nel suo testamento spirituale. «Una famiglia – diceva ancora in quell’ultima intervista – dove annunziare la Parola, celebrare l’Eucaristia e gli altri Sacramenti, convocare la comunità dalla dispersione delle diverse vicende personali per dire insieme il “Padre nostro”, professare la stessa fede e comunicare allo stesso Corpo di Cristo, fare spazio e dare nome ai poveri, distribuire a piene mani la misericordia che mi era stata usata e partecipare a tutti, a tutti, il dono ricevuto».
Continuare a camminare insieme vivendo queste sue parole credo sia il modo migliore in cui il patriarca Marco vorrebbe essere ricordato.
+ Francesco Moraglia, patriarca».
