L’intelligenza artificiale non è una mente che pensa come un essere umano, ma una tecnologia potente, costruita e gestita da persone e organizzazioni che compiono scelte precise. Capire come funziona, chi la controlla e quali conseguenze produce è il primo passo per utilizzarla senza subirne gli effetti. È il tema al centro del nuovo numero della rivista Esodo, introdotto da un editoriale firmato da Andrea Marin e Laura Venturelli.
La diffusione di strumenti come ChatGPT e Gemini può dare l’impressione di un’interazione semplice e quasi personale. Dietro le risposte, tuttavia, c’è un’enorme infrastruttura tecnologica: centinaia di migliaia di calcolatori organizzati in data center, capaci di elaborare quantità di informazioni e di eseguire operazioni impensabili fino a pochi decenni fa. È stato soprattutto questo sviluppo della capacità di calcolo a rendere concretamente utilizzabile una ricerca avviata negli anni Cinquanta.
La questione, secondo gli autori dell’editoriale della rivista, non è stabilire se l’intelligenza artificiale sia buona o cattiva in sé, ma interrogarsi sulle modalità con cui viene progettata e utilizzata. La gestione di questa tecnologia è concentrata nelle mani di poche grandi aziende private, guidate da interessi economici. Il rischio è che i suoi benefici non siano accessibili a tutti e che i Paesi e le persone più vulnerabili restino esclusi.
C’è poi il problema dell’affidabilità. I sistemi di IA possono fornire risposte sbagliate, inventare informazioni e riprodurre pregiudizi presenti nei dati utilizzati per addestrarli. Anche le scelte di chi li progetta – quali informazioni includere, quali escludere e quali criteri adottare – possono influenzare il modo – sostengono Marin e Venturelli – in cui vengono affrontati temi politici, sociali ed etici. Per questo le risposte delle macchine non possono essere considerate verità, ma strumenti da verificare e approfondire.
La necessità di controllo riguarda anche gli effetti materiali e sociali della tecnologia. I data center consumano grandi quantità di energia e acqua e il loro impatto non deve ricadere sulle comunità più deboli. Sul piano della sicurezza, l’impiego dell’IA nei sistemi d’arma pone il problema della responsabilità umana: una macchina può calcolare un bersaglio, ma la responsabilità delle conseguenze resta di chi ne dispone l’utilizzo.
Anche il lavoro è destinato a cambiare, proseguono gli autori, che introducono un numero di Esodo arricchito dai contributi di Bergamasco, Bianco, Bolpin, Fasoli, Gubitosa, Marin, Nobile, Reale, Ruggiu, Scantamburlo, Trabucco, Venturelli e Vignarca.
In alcuni settori, come quello sanitario, l’intelligenza artificiale può aiutare i professionisti a individuare situazioni critiche e rendere più efficienti le attività. In altri può sostituire mansioni e lavoratori, imponendo una revisione dell’organizzazione del lavoro e delle tutele.
Il filo conduttore del numero di Esodo è dunque la necessità di accompagnare l’innovazione con regole, responsabilità e consapevolezza. L’intelligenza artificiale può contribuire al benessere collettivo, ma perché questo accada occorre che le decisioni sul suo sviluppo e sul suo impiego restino sotto il controllo delle persone e siano orientate all’interesse comune.
