L’ospedale dell’Angelo di Mestre è il migliore d’Italia. Insieme al nosocomio piemontese di Savigliano è risultato quello con il più alto grado di qualità secondo l’indagine curata come ogni anno dall’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari, presentata martedì 9 dicembre al ministero della Salute a Roma.
Sono stati studiati 1.117 ospedali pubblici e privati. Per farlo sono stati usati 218 indicatori, di cui 189 relativi all’assistenza ospedaliera (67 di esito/processo, 101 di volume e 21 di ospedalizzazione) e 29 relativi all’assistenza territoriale, quest’ultima valutata indirettamente in termini di ospedalizzazione evitabile (14 indicatori), esiti a lungo termine (11) e accessi impropri in Pronto Soccorso (4).
Otto gli ambiti clinici in cui sono state ripartite le valutazioni: cardiocircolatorio, nervoso, respiratorio, chirurgia generale, chirurgia oncologica, gravidanza e parto, osteomuscolare, nefrologia.
Per ciascuno la qualità è stata classificata in: alta/molto alta, media, bassa/molto bassa.
Due soli ospedali – l’Angelo di Mestre, appunto, e quello di Savigliano – hanno ottenuto un “voto” buono o eccellente in tutte le otto aree individuate.
«Per questo ringrazio tutti i collaboratori dell’Ulss 3 – afferma con entusiasmo il direttore generale Edgardo Contato – perché questo è il risultato di un lavoro di squadra. Riconoscere quello di Mestre come l’ospedale migliore in Italia vuol dire che garantiamo sanità eccellente in tutta l’area metropolitana, da Portogruaro a Chioggia, e questo ci dà molta soddisfazione».
Per l’azienda sanitaria veneziana è certamente il tempo della contentezza. Ma bisogna anche guardare avanti: «Certo – riconosce Contato – la cosa difficile adesso è mantenere il livello: quando si è in vetta non ci sono più sorpassi da fare… Però si può migliorare ancora. Una cosa che mi piacerebbe moltissimo migliorare, e che un po’ oggi mi affligge, è il rapporto con i cittadini-utenti».
E non solo rispetto agli episodi sconvenienti o del tutto deprecabili come gli atti di prevaricazione o di violenza che alcune volte sono accaduti anche all’Angelo, ma soprattutto nella routine. Abbiamo 400 persone che lavorano nel contatto con l’utenza, per 6mila contatti al giorno; perciò stiamo portando avanti un corso con il personale del Cup, al quale cerchiamo di offrire ulteriori strumenti per migliorare empatia e rapporto di fiducia. Penso che anche così riusciremo a rimanere al vertice».
Giorgio Malavasi
