I principi spesso evocati dell’autodeterminazione e della dignità non possono essere assolutizzati in una logica individualistica, ma vanno letti sempre nella dimensione relazionale e sociale che caratterizza l’umano. Il suicidio assistito è infatti frutto del clima di solitudine provocato dal venir meno di tessuti di relazione fondamentali e di valore affettivo, come quello della famiglia.
Lo sottolinea la nota redatta dal Gremio di Bioetica, l’associazione formata da esperti e con competenze professionali diverse (bioeticisti medici, giuristi, filosofi e teologi, psicologi, …) che da anni si propone di fare chiarezza su alcune delicate questioni bioetiche e giuridiche, tra le quali quella, molto attuale, del suicidio assistito.
E proprio in relazione al dibattito in corso sul tema, in vista del voto a palazzo Ferro Fini a Venezia sul progetto di legge regionale, il Gremio di Bioetica precisa che «la dignità umana non risiede nella forza e nell’efficienza, e quando è così intesa, non si riesce più a riconoscerla, laddove la persona è segnata dall’esperienza della fragilità e dalla malattia. I testi legislativi sul suicidio assistito sembrano indirizzati a rafforzare la cultura dello scarto e della morte rispetto alla cultura della vita e della cura a cui ha, sì, diritto, ogni essere umano».
Ma anche il concetto dell’insopportabile sofferenza, prosegue il documento, «non può essere soltanto posto sul piano soggettivo, come se la medicina e la pratica delle cure palliative applicate con accortezza e precisione non offrissero oggi risposte efficaci. Piuttosto che concepire una libertà personale di accedere al suicidio assistito, è opportuno proporre e riflettere sul senso della libertà di sottrarsi all’accanimento terapeutico e a cure sproporzionate: si tratta di scelte etiche molto diverse che non possono essere confuse».
A riguardo della dimensione giuridica, inoltre, «va precisato che la Corte Costituzionale, con la sentenza 242 del 2019, non ha affatto introdotto il riconoscimento di un diritto alla morte in base all’autodeterminazione personale, quasi si trattasse di un principio generale, ma ha aperto alla possibilità del cosiddetto suicidio assistito, limitandolo ad alcune precise condizioni. Viceversa, un inquadramento giuridico che si proponesse di normare la pratica in generale, rischierebbe di trascinare con sé l’acquisizione culturale di un diritto alla morte».
Perciò, conclude il Gremio di Bioetica, «quando si evoca la libertà di coscienza degli Italiani e dei Consiglieri Regionali che affronteranno la discussione e voteranno, bisogna ricordare che la coscienza spinge a evitare il male e a fare il bene. La coscienza non è uno scrigno di intangibili convinzioni personali, ma capacità di rendere ragione di esse quale espressione di responsabilità etica (“rispondere di”) per il bene e la cura degli altri».
Il testo integrale della nota del Gremio è reperibile nel sito del Patriarcato di Venezia: https://www.patriarcatovenezia.it/comunicato-del-gremio-di-bioetica-circa-il-progetto-di-legge-regionale-sul-fine-vita/
