La musicalità dei versi di Dante, la luminosità e l’attualità di San Francesco e il commento del Patriarca di Venezia: una serata dedicata ai versi del Sommo Poeta per commemorare gli ottocento anni dalla morte del Poverello di Assisi; questo l’evento, svoltosi nella Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian, sede della Biennale di Venezia, dal titolo “In alto mar per dritto segno, il canto di Dante per Francesco”, promosso dalla Biennale della Parola.
Un appuntamento inserito nell’ambito delle iniziative del Comitato Nazionale per la Celebrazione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi.
Al centro di questa esperienza il Canto XI del Paradiso e i versi conclusivi del Canto X dedicati al Poverello. A introdurli e commentarli è stato il Patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia, mentre la lettura è stata affidata all’attrice Lucilla Giagnoni. La mise en espace è di Antonello Pocetti; musica e diffusione del suono sono curate da Thierry Coduys.
Nel suo intervento, il Patriarca si è proposto di leggere il canto dantesco non soltanto come celebrazione di un santo, ma come una domanda rivolta al presente. Quando Dante compone questi versi, tra il 1316 e il 1317, Francesco è morto da poco meno di un secolo. Eppure la sua figura conserva una sorprendente attualità, perché Dante guarda al santo in un momento di crisi della Chiesa e degli Ordini religiosi e ne fa un criterio per giudicare il proprio tempo.
«Francesco è il protagonista; gli altri sono chiavi di lettura o confronti», osserva mons. Moraglia, ricordando come sia significativo che nei suoi versi il Sommo Poeta abbia scelto che a celebrarlo sia Tommaso d’Aquino, domenicano, mentre nel canto successivo sarà il francescano Bonaventura a elogiare san Domenico. Un reciproco riconoscimento che diventa anche un esame di coscienza per entrambi gli Ordini.
Il cuore del Canto XI è però la scelta della povertà. Dante la presenta come una donna, «una sposa» rimasta sola e disprezzata per secoli, che Francesco decide di scegliere radicalmente. Non si tratta, sottolinea il Patriarca, di esaltare la miseria, ma di affermare una libertà nuova: libertà dal possesso, dalla ricerca del potere e dalla trasformazione dei beni in idoli.
Francesco diventa così, nella lettura di Moraglia, «un sole» sorto ad Assisi, capace di illuminare una Chiesa che rischiava di «raffreddarsi nelle strutture e ottenebrarsi nelle ricchezze e nelle abitudini mondane». La sua grandezza nasce paradossalmente dalla rinuncia: «più Francesco rinuncia, più diventa luminoso».
La povertà, tuttavia, non significa isolamento. Francesco cerca fratelli, predica con la propria vita, chiede il riconoscimento della Chiesa e porta il Vangelo fino all’incontro con il sultano. «Il suo messaggio è così forte: non viene imposto dall’esterno, viene mostrato», osserva il Patriarca.
Ed è proprio qui che il passato torna a interrogare il presente. Francesco, conclude Moraglia, «è “piccolo” nella scelta personale e, insieme, grandissimo nella portata storica». La sua vita diventa una domanda per la Chiesa e per ogni comunità: «quanto siamo fedeli al Vangelo che diciamo di servire?».
Il testo integrale del commento del Patriarca Francesco è disponibile sul sito del Patriarcato di Venezia, consultabile a questo link:
Il Patriarca commenta i versi di Dante in onore di San Francesco
