«Come fare esperienza del Risorto? Riscopriamo l’adorazione eucaristica». Oggi a San Marco il mandato agli Evangelizzatori e ai Catechisti: Secondo una tradizione che ha più di cinquant’anni e risale agli anni del Patriarca Luciani, oggi si è rinnovato il mandato agli evangelizzatori
Nella basilica cattedrale di San Marco Evangelista in Venezia, questo pomeriggio il Patriarca Francesco ha conferito il mandato agli evangelizzatori, educatori, catechisti e operatori pastorali della Diocesi veneziana. Un appuntamento che si ripete annualmente all’inizio delle attività pastorali, dopo la sospensione estiva.
In tale occasione il Patriarca ha anche consegnato una copia della Lettera pastorale con Vademecum per la seconda tappa nel cammino triennale verso le celebrazioni per l’anniversario marciano (828 – 2028: milleduecento anni dall’arrivo delle spoglie di San Marco a Venezia). La Lettera ha come titolo “Marco, l’Evangelista. Evangelizzati per evangelizzare”.
«Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace». È dalle parole del profeta Isaia che il Patriarca mons. Francesco Moraglia ha preso spunto per l’omelia pronunciata oggi, 26 settembre, nella Basilica Cattedrale di San Marco, in occasione della celebrazione del Mandato ad evangelizzatori e catechisti.
Un appuntamento che nella Chiesa veneziana si rinnova da oltre cinquant’anni, fin dai tempi del Patriarca Albino Luciani, e che Moraglia ha definito un momento di «invio», più che l’avvio di una semplice attività pastorale. «Chi riceve un mandato – ha sottolineato – dice: questo mi è richiesto e mi è stato affidato». Una responsabilità che riguarda la trasmissione della fede e che, secondo il Patriarca, rende il servizio dei catechisti essenziale per la vita della comunità cristiana.
Richiamando l’immagine dei «piedi del messaggero», Moraglia ha descritto il catechista come una persona in cammino accanto a bambini, ragazzi, famiglie e a quanti cercano risposte, senza considerarsi arrivato o depositario di tutte le risposte. Il suo compito nasce invece dall’incontro con Cristo e dalla volontà di testimoniarlo. Da qui anche il riferimento alla civetta, simbolo di chi sa scrutare nella notte: un’immagine per un tempo segnato da domande, incertezze e sovrabbondanza di informazioni, ma spesso povero di ragioni per vivere.
Il Patriarca ha poi insistito sulla dimensione della gioia e della testimonianza: «Non si può trasmettere una fede che non si vive». Citando San Paolo, ha ricordato che annunciare il Vangelo non è motivo di vanto, ma «un incarico che mi è stato affidato». Un servizio che richiede pazienza e che spesso non consente di vedere subito i frutti del proprio lavoro: «Il catechista semina. E Dio custodisce il seme».
Nel Vangelo, infine, Moraglia ha indicato Maria Maddalena come modello dell’annuncio: prima incontra il Risorto, poi viene inviata ai discepoli. Un dinamismo – incontro, riconoscimento, invio e annuncio – che il Patriarca ha proposto come sintesi della missione dei catechisti. Maria Maddalena annuncia il mistero della Resurrezione: a braccio, il Patriarca ha aggiunto alla Sua omelia: «Mi chiederete? Come possiamo fare esperienza del Risorto: riscopriamo l’adorazione eucaristica, ci aiuterà a sperimentare la presenza viva del Signore e ci aiuterà anche a celebrare e vivere meglio l’Eucarestia. Riscoprite l’adorazione eucaristica».
Richiamando anche il ministero istituito del catechista, valorizzato dalla Chiesa negli ultimi anni, Moraglia ha concluso con un invito: «Non abbiate paura della povertà dei risultati visibili». Il compito ricevuto, ha ricordato, non è annunciare se stessi, ma Gesù Cristo. «Andate, dunque. Camminate. Scrutate anche nella notte. Portate la luce». Nel corso del suo discorso il Patriarca ha anche più volte voluto ringraziare educatori, educatori, catechiste e catechisti per la pazienza e la grande generosità con cui si impegnano nella loro missione a servizio della Chiesa.
Marco Zane
Di seguito a questo articolo condividiamo il testo integrale dell’omelia odierna del Patriarca Francesco:
Celebrazione del Mandato ad evangelizzatori e catechisti
(Venezia – Basilica Cattedrale di S. Marco, 26 settembre 2026)
Omelia del Patriarca Francesco Moraglia
«“Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace” (Is 52,7)
Carissimi fratelli e sorelle, carissimi evangelizzatori, catechisti e catechiste, operatori pastorali,
questa parola del profeta Isaia sembra quasi essere stata pronunciata pensando a voi: “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace”.
È un’immagine concreta: il messaggero non rimane fermo e il Vangelo ha bisogno di qualcuno che lo annunci. L’immagine usata dal profeta è, appunto, quella dei piedi del messaggero che, sui monti, annunci la pace; sì, il Vangelo deve camminare e raggiungere qualcuno. E il messaggero porta una parola che non è sua, una parola che ha ricevuto e che ora gli è affidata perché la consegni ad altri.
È precisamente questo il significato del Mandato che oggi ricevete. La Chiesa di Venezia conosce da oltre cinquant’anni questo appuntamento. È una tradizione che risale al tempo del Patriarca Cardinale Albino Luciani e che, generazione dopo generazione, continua a esprimere una convinzione molto semplice e profonda: la catechesi non è un’attività qualsiasi della comunità cristiana; è un servizio essenziale alla trasmissione della fede.
Carissimi catechisti e catechiste e tutti voi impegnati nell’evangelizzazione, se voi veniste a mancare un silenzio imbarazzante calerebbe sulla nostra Diocesi: il silenzio circa l’annuncio della buona notizia di Cristo, il silenzio del Vangelo.
Per questo oggi non siete semplicemente qui per iniziare un’attività. Siete qui per essere inviati. E la differenza è grande. Chi si offre volontariamente a fare qualcosa dice: “Questo lo faccio io”. Ma chi riceve un mandato dice invece: “Questo mi è richiesto e mi è stato affidato”. Ed è proprio questa la parola che dobbiamo custodire: affidato.
1. “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero”
Il capitolo 52 di Isaia è inserito nel grande annuncio della consolazione e della liberazione di Gerusalemme. Il popolo ha conosciuto la prova, l’esilio, l’umiliazione. Ma arriva una notizia: Dio non ha abbandonato il suo popolo. Per questo il profeta esclama: “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, che annuncia la salvezza”.
Notate: non dice anzitutto quanto è bella la voce del messaggero, quanto è elegante il suo discorso, quanto è raffinata la sua comunicazione. Dice: quanto sono belli i suoi piedi. Perché i piedi dicono un cammino.
Il catechista (l’evangelizzatore) è anzitutto un uomo, una donna, che cammina con altri. Cammina con i bambini, con i ragazzi, con le famiglie; cammina con chi sta cercando, con chi fa domande, con chi magari si è allontanato, con chi non possiede ancora le parole per dire la propria fede. E non cammina soltanto verso gli altri: cammina con loro perché lui stesso è ancora in cammino.
Questa è una cosa importante. Il catechista (l’evangelizzatore) non è colui che ha già capito tutto. È colui che ha incontrato una Persona, Gesù Cristo, e sa che quell’incontro ha cambiato la sua vita. Per questo può dire ad altri: “Venite e vedete”.
Vorrei qui ricordare una bella immagine che può accompagnare il vostro ministero: la civetta. La civetta appartiene all’antica simbologia cristiana; è l’animale che scruta nella notte. Quando la luce è scarsa, continua a guardare, continua a distinguere, continua a cercare. Ecco: il catechista dovrebbe avere qualcosa di questo sguardo.
Viviamo in un tempo nel quale tante persone hanno bisogno di qualcuno che sappia scrutare nella notte, senza aver paura della notte. La notte delle domande, la notte delle incertezze, la notte di chi non sa più perché credere, la notte di tanti ragazzi che ricevono, ogni giorno, moltissime informazioni, ma pochissime ragioni per vivere.
Il catechista è colui che porta una luce che lui non ha inventato. È l’annunciatore della fede ricevuta, celebrata, vissuta e testimoniata. E per questo la sua prima catechesi non è quello che dice, ma ciò che è.
2. “Prorompete insieme in canti di gioia”
Isaia prosegue con questa frase: “Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme” (Is 52,9). È quasi sorprendente. Le rovine devono cantare. Perché la fede cristiana non è anzitutto la comunicazione di un insieme di nozioni religiose. È l’annuncio che Dio viene incontro all’uomo e che la storia non è abbandonata a se stessa.
Il catechista (l’evangelizzatore) non è un semplice trasmettitore di contenuti. Come Maria Maddalena – nel Vangelo – è testimone di una buona notizia. E una buona notizia, quando è veramente ricevuta, diventa gioia. Non una gioia superficiale, non l’allegria di un momento, ma quella gioia profonda che nasce dalla certezza che Cristo è vivo, Cristo mi conosce, Cristo mi ama, Cristo mi cerca, Cristo mi perdona, Cristo non mi abbandona.
Così ognuno di voi deve sempre custodire in sé la sorgente della propria gioia. Perché non si può trasmettere una fede che non si vive. Si possono trasmettere informazioni religiose, ma la fede si trasmette da persona a persona, da vita a vita, da testimone a testimone.
3. L’orizzonte della missione
Isaia conclude: “Tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio” (Is 52,10). È l’orizzonte universale della missione.
La fede ricevuta non è un tesoro da chiudere in una cassaforte. È un dono che, proprio perché è stato ricevuto, chiede di essere donato. Ed è qui che comprendiamo qualcosa di decisivo: il catechista rende visibile in modo particolare una responsabilità che è di ogni cristiano.
Ogni battezzato ha ricevuto qualcosa che non può trattenere solo per sé. La fede possiede, per sua natura, una dinamica missionaria. Potremmo quasi dire: la fede ricevuta tende a diventare fede trasmessa. Quando qualcosa ci ha realmente incontrato, non possiamo fare a meno di desiderare che anche altri possano avere la gioia di quest’incontro.
4. San Paolo: «Annunciare il Vangelo non è per me un vanto»
Nella prima lettera ai Corinzi Paolo dice parole che sembrano scritte per noi: “Annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone”. E poi: “Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato” (1Cor 9,16-17).
Ecco che ritorna la parola decisiva: un incarico che mi è stato affidato. Paolo non considera l’annuncio un motivo per vantarsi. Non dice: “Guardate che cosa faccio io per Dio”. Dice, piuttosto: “Mi è stato affidato”.
Questa è anche la spiritualità profonda dell’evangelizzatore e del catechista. Non: “Quanto sono bravo come catechista”. Ma: “Signore, tu mi hai affidato questi ragazzi, questi bambini, queste persone; aiutami a non tradire la fiducia che hai posto in me”.
Paolo arriva persino a dire: “Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo” (1Cor 9,18). È una frase bellissima; la ricompensa di Paolo è poter servire. E qui tocchiamo uno degli aspetti più belli del vostro servizio. Il catechista lavora senza vedere immediatamente i frutti. Semina e non vede il raccolto. Parla e non sa che cos rimarrà di quelle parole. Accompagna un ragazzo e forse, per anni, quel ragazzo sembrerà aver dimenticato tutto. E allora può venire la domanda: “È servito?”. Sì, sempre!
Perché nella Chiesa ci sono molte cose che hanno una fecondità che non coincide con il risultato immediatamente visibile. Il catechista semina. E Dio custodisce il seme.
5. La Chiesa di Corinto e le difficoltà dell’annuncio
Paolo scrive ai Corinzi, una comunità difficile in cui convivono tensioni di ogni tipo, una comunità vivace attraversata da divisioni, rivalità, contrasti, problemi morali e difficoltà nel comprendere la novità cristiana.
Paolo, però, non si ritira. Non dice: “Questa comunità è troppo difficile”. Paolo rimane, annuncia e si fa servo di tutti. E dice una cosa sorprendente: “Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno” (1Cor 9,22).
Questa è anche una parola per voi. Il catechista (l’evangelizzatore / l’operatore pastorale) deve imparare la pazienza dell’incarnazione. Deve entrare nella storia concreta delle persone. Non annuncia un’idea astratta. Annuncia Cristo. E Cristo lo si annuncia prendendo sul serio la persona che abbiamo davanti.
6. Maria Maddalena: la prima inviata
Arriviamo al Vangelo. Marco ci presenta Maria di Màgdala come colei alla quale il Risorto appare per prima. Maria Maddalena porta nella sua storia una grande esperienza di liberazione: Gesù aveva operato nella sua vita una liberazione dal male. E proprio lei diventa la prima testimone della risurrezione.
È significativo. La prima annunciatrice del Risorto è una donna che ha incontrato personalmente il Signore e ne è stata trasformata. La tradizione cristiana l’ha chiamata, non a caso, l’apostola degli apostoli.
Giovanni, nel capitolo 20 del suo Vangelo, rende ancora più intensa questa scena. Maria rimane presso il sepolcro. Gli altri se ne sono andati. Lei rimane. E proprio perché ostinatamente rimane, perché cerca, perché non si arrende, incontra il Risorto. Poi Gesù le dice: “Va’ dai miei fratelli e di’ loro…” (Gv 20,17). E Maria va. Ecco il dinamismo cristiano: incontro, riconoscimento, invio, annuncio. Non si può essere veramente inviati se prima non si è incontrato qualcuno.
Il catechista è precisamente questo: un inviato perché ha ricevuto; un annunciatore perché è stato raggiunto; un testimone perché qualcosa è accaduto nella sua vita.
7. Il ministero istituito del catechista
Negli ultimi anni (a partire, in particolare, da quanto stabilito da Papa Francesco il 10 maggio 2021 con la Lettera apostolica in forma di Motu proprio Antiquum ministerium) la Chiesa ha ulteriormente valorizzato questo servizio, fino a riconoscere la possibilità del ministero istituito del catechista, con una forma stabile e pubblicamente riconosciuta di servizio ecclesiale.
Anche la Conferenza Episcopale Italiana (con una Nota, ad experimentum, del 5 giugno 2022) ha accompagnato questo cammino, indicando criteri, formazione, responsabilità e profili propri di questo ministero. Ma ciò che oggi celebriamo va più in profondità.
Prima di essere un titolo, un incarico o una funzione, il catechista è un cristiano al quale la Chiesa affida il compito di aiutare altri a incontrare Cristo. E questo rende il vostro servizio grande. Non perché vi ponga sopra gli altri, ma perché vi pone a servizio degli altri.
8. Una parola conclusiva
Carissimi catechisti e catechiste, la Chiesa che è in Venezia ha a cuore la vostra comunità. È grata al Signore per voi. È grata per il tempo che dedicate a questo servizio, per la vostra pazienza, per le vostre energie, per le volte nelle quali preparate un incontro e forse dall’altra parte trovate soltanto distrazione, per le volte nelle quali vi chiedete se quello che state facendo serva davvero.
Non abbiate paura! Ricordate le parole del profeta Isaia: “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace”. Ricordate Paolo che, circa l’annuncio del Vangelo, ricorda: “È un incarico che mi è stato affidato”. Ricordate Maria Maddalena: “Va’ dai miei fratelli e di’ loro…”.
Ricordate soprattutto che voi non annunciate voi stessi. Annunciate Gesù. La vostra parola passerà. La vostra voce un giorno si spegnerà. I ragazzi cresceranno e, poi, a loro volta verranno meno. Le generazioni cambieranno. Ma ciò che avrete seminato nel nome di Cristo rimane per sempre. E forse, in questa vita, non vedrete quasi nulla. Forse alcuni non vi ringrazieranno mai. Forse non saprete mai quale parola detta durante un incontro di catechismo è rimasta nel cuore di un ragazzo.
Non temete la povertà dei risultati visibili. Ci sarà un giorno nel quale vedrete. Vedrete tutto. Vedrete che cosa il Signore ha fatto attraverso una parola apparentemente piccola, attraverso un incontro che sembrava totalmente inutile, attraverso la vostra pazienza, attraverso un’ora donata gratuitamente, attraverso un vostro atto d’umiltà.
E forse allora capirete che alcune cose nella vostra vita sono andate in un modo piuttosto che in un altro anche perché, attraverso di voi, il Signore stava già preparando qualcosa per qualcun altro. Allora comprenderete la vera ricompensa di cui parla Paolo: aver annunciato gratuitamente il Vangelo. Capirete ancora di più che il Vangelo non è un libro, non è un programma, non è una materia da insegnare: è una Persona, è Gesù Cristo.
Per questo oggi la Chiesa vi manda. Andate, dunque. Camminate. Scrutate anche nella notte. Portate la luce. E fate risuonare, attraverso la vostra vita, la parola del profeta: “Tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio”.
Il Signore conceda a ciascuno di voi, un giorno, di vedere in pienezza ciò che oggi seminate nella fede. Amen.»
