Venezia, 29 e 30 maggio 1956. Sono passati 70 anni dalla Conferenza di Venezia, una tappa fondamentale del processo di integrazione europea: fu quella la seconda delle tre conferenze che rilanciò il progetto europeo a trazione italiana della seconda metà degli Anni Cinquanta e che portò alla firma dei Trattati di Roma e alla nascita della Comunità Economica Europea (CEE).
Proprio nella settimana appena trascorsa l’Unione Europea ha celebrato la festa dell’Europa, che da 40 anni ricorda l’anniversario della Dichiarazione Schuman, attraverso la quale l’allora Ministro degli Esteri francese, il 9 maggio 1950, proponeva la creazione di un’Alta Autorità, sotto il cui controllo mettere la produzione dell’industria carbosiderurgica, con lo scopo di assicurare la pace. Un’idea, quella di Robert Schuman – che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva partecipato attivamente alla resistenza ed era stato fatto prigioniero –, che si fondava su di un rilievo fattuale, «l’Europa non è stata fatta: abbiamo avuto la guerra», ed era forte della convinzione che «l’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto», come si legge nella Dichiarazione. E così fu.
L’anno dopo, il 18 aprile 1951 veniva firmato il Trattato di Parigi, che istituiva la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (Ceca), che si componeva di un’Alta autorità, una assemblea comune, un consiglio speciale dei ministri ed una corte di giustizia, e vi aderivano sei Stati, Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo.
Certo, nel frattempo, la cooperazione europea stava assumendo diverse forme: nel 1948 16 Stati avevano dato vita all’Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica (Oece, che nel ‘61 diventerà Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) per una gestione coordinata degli aiuti americani del Piano Marshall. L’anno successivo, invece, il Trattato di Londra veniva firmato da 10 Stati, creando così il Consiglio d’Europa, un’organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto. Ma la posta in gioco tra i Sei era diversa, perché si trattava di cedere una parte di sovranità, di riconoscere, cioè, che la soluzione di questioni complesse ed internazionali non può essere elaborata al solo livello nazionale: è questa la differenza tra cooperazione ed integrazione.
L’entusiasmo della Ceca conobbe, tuttavia, una battuta d’arresto nel ’52, quando il progetto della Comunità Europea di Difesa fu bocciato dal Parlamento francese. Sarà, poi, grazie ad un’iniziativa del governo italiano che il dibattito e, soprattutto, il percorso ripreranno con il “rilancio”italiano. Dapprima, nel ’55 ebbe luogo nella Messina dell’inquilino della Farnesina Gaetano Martino la prima delle tre Conferenze di tale rilancio, nella quale si discusse l’idea di creare un Mercato Comune Europeo e una Comunità per l’energia atomica. Poi, come si diceva, nel maggio ’56 a Venezia i ministri degli esteri dei Sei approvarono il Rapporto Spaak e disposero la creazione di una riunione intergovernativa per la predisposizione dei testi dei trattati, che vennero, infine, firmati il 25 marzo 1957 a Roma.
Il progetto europeo non è da considerarsi compiuto, ma, anzi, le attuali istanze globali lo sfidano quotidianamente. Marco Tarquinio, giornalista già direttore di Avvenire e oggi deputato europeo, sostiene che l’Europa «o è pace o non è», E aggiunge: «Ce lo dice la sua storia e lo dimostra il suo processo lento ma sicuro di progressiva integrazione. Questo deve essere il ruolo che esercita per sé stessa e per il mondo e a maggior ragione in un tempo che vede di nuovo la guerra al centro della politica globale, disastrosamente rileggittimata e praticata».
Carlo Millino
