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GENTE VENETA | GVNews

Giovedi, 1 Dicembre 2016

L'aqua granda del '66: testimoni ed esperti la rievocano per la Pastorale universitaria


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inquant’anni fa, l’attenzione mediatica si concentrò tutta su Firenze, limitando le notizie radio su Venezia a un messaggio – “acqua alta in piazza San Marco” – del tutto inadeguato a dare anche la più pallida idea del disastro abbattutosi sulla città e sulla laguna. Cinquant’anni dopo, è opportuno allargare lo sguardo e parlare di un 4 novembre delle Tre Venezie, troppo spesso e troppo a lungo trascurato, e nel quale invece va correttamente sistemata la mareggiata che devastò Venezia.

Lo hanno ricordato il giornalista Leopoldo Pietragnoli, in quel tempo cronista del Gazzettino, Antonio Rusconi, ingegnere idraulico, e don Fausto Bonini in un incontro promosso dalla pastorale universitaria diocesana e tenutosi il 28 novembre scorso nella Scuola dei Laneri a Venezia.

Può bastare l’eloquenza di pochi numeri a dire l’entità dei danni provocati dalla combinazione di piogge torrenziali, rotte ed esondazioni di fiumi, mareggiate: 87 morti, dei quali 32 in Trentino-Alto Adige, 26 nel Bellunese, 18 in Friuli-Venezia Giulia (Firenze ebbe 35 morti); oltre 42 mila sfollati, dei quali 25.800 nel Veneto; 300 mila gli ettari allagati – sul litorale alle foci del Piave ampi tratti di campagna rimasero allagati per mesi e migliaia di sfollati poterono ritornare a casa soltanto a febbraio; la viabilità montana del Bellunese fu sconvolta dal crollo di 334 ponti...

Ciò che più colpì a Venezia – ha ricordato in particolare Pietragnoli - oltre al livello di marea mai prima raggiunto (194 cm sullo zero mareografico) così come la lunga durata dell’assedio (per 15 ore l’acqua rimase sopra i 120 cm), fu la rottura e il sovvertimento delle regole naturali – «sei ore cresce, sei ore cala» – che non si era mai verificato in passato e che appariva razionalmente impossibile.
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