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GENTE VENETA | GVNews

Giovedi, 2 Aprile 2015

A San Marco il Patriarca ha celebrato la Messa del Crisma


“N

ella Chiesa diocesana si rende presente, agisce e si manifesta in modo concreto la Chiesa di Cristo, una, santa e cattolica. Una Chiesa diocesana non è una semplice parte della Chiesa universale, come la Chiesa universale non è la somma delle singole Chiese particolari. La Chiesa particolare, in modo reale (come qui noi e adesso), rende presente l’intera Chiesa in un luogo preciso”: il Patriarca Francesco si è soffermato a lungo sul profilo teologico della Chiesa - soprattutto di quella “diocesana” e altrimenti detta “particolare” o “locale”, a partire dall’insegnamento del Concilio Vaticano II e del recente contributo di Papa Francesco - durante la riflessione offerta durante l’omelia della Messa del Crisma celebrata nella cattedrale marciana, la mattina del Giovedì santo, alla presenza soprattutto dei sacerdoti e dei diaconi della Diocesi veneziana. Il testo integrale è riportato sul sito diocesano www.patriarcatovenezia.it.

Così ha proseguito mons. Moraglia: “Oggi questo dato - che dovrebbe essere pacifico - alla luce di talune, perlomeno, affrettate dichiarazioni chiede d’essere ripreso e ribadito. Parlare, infatti, di Chiese particolari (o diocesane) paragonandole a “filiali” della Chiesa di Roma - come è stato riportato - non appartiene né alla buona dottrina né alla buona teologia ma ad un linguaggio aziendale e manageriale, di certo non ecclesiale. La Chiesa diocesana esprime invece la realtà della comunione ed è chiamata a vivere e a tradurre anche pastoralmente tale comunione”. Tutto questo genera una chiara indicazione per la realtà veneziana: “Anche le piccole comunità sparse sul territorio della Chiesa particolare (le nostre parrocchie, le nostre collaborazioni pastorali), seppur in se stesse non costituiscano forme piene di Chiesa, si devono caratterizzare nella linea di piccole comunità in cui si vive e si rende presente il soggetto ecclesiale. Esse, pure, si devono porre come comunione di soggetti portatori di vocazioni ecclesiali molteplici - non c’è solo quella del ministro ordinato, ma anche quella del sacerdozio universale dei fedeli - e, tra loro, reciproche e complementari; qui si parla, ovviamente, di presbiteri, diaconi, consacrati e consacrate, fedeli laici. Nel riconoscimento reciproco ci si apre, quindi, non solo alla collaborazione ma a una vera e reale corresponsabilità fondata sulla comunione ecclesiale. E non sulle urgenze o emergenze pastorali”.

Per il Patriarca, infatti, è decisivo “riscoprire la vocazione battesimale” che è comune a tutti i credenti e, quindi, riconoscere di più la ricchezza e la pluralità di vocazioni presenti nella Chiesa: “Il Concilio ha presente tanto il sacerdozio comune - quello che accomuna tutti i fedeli battezzati - quanto il sacerdozio ministeriale - o gerarchico - e precisa che, seppur differiscano in modo essenziale fra loro e quindi non solo per il grado, tuttavia sono ordinati l'uno all'altro in quanto l'uno e l'altro - ognuno a suo modo e secondo caratteristiche proprie - partecipano all'unico sacerdozio di Cristo. La nostra Chiesa deve riflettere su questo dato e viverlo nella pastorale”. Solo dal riconoscimento delle molteplici vocazioni la comunità cristiana potrà, dunque, ricavare quello slancio necessario per rinnovare, con gioia, il proprio impegno e la propria presenza sul territorio. Ed ha quindi concluso: “Il Signore risorto ci accompagni ad essere sempre più - nella gioia del chicco di grano che muore e produce molto frutto - comunità ecclesiali evangelizzate ed evangelizzatrici”.
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