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GENTE VENETA | Primo Piano | Archivio

Giovedi, 6 Aprile 2017

Il Patriarca: «Ci sono chiese da destinare a funzioni culturali e caritative»


«S

arà necessario individuare gli edifici che, effettivamente, non rispondono più a specifici bisogni pastorali ed è compito della Chiesa locale individuare soluzioni e proposte per rendere “utili” - ad esempio in ambito culturale e caritativo - alla stessa collettività quei luoghi, senza far perdere mai la loro dimensione simbolica in nome di un funzionalismo o “polivalenza” che non solo li impoverisce ma addirittura li snatura».



Lo dice il Patriarca intervenendo, nel pomeriggio di mercoledì 5 aprile, in Sala del Piovego a Palazzo Ducale, all'incontro dei Comitati privati per la salvaguardia di Venezia.

Mons. Moraglia, espressa gratitudine per quanto fatto dai Comitati in questi ultimi cinquant'anni, nota come, nel tempo, alcune caratteristiche di fondo della città storica siano mutate: la presenza turistica, in particolare, si è grandemente sviluppata, a fronte di un calo importante del numero di residenti.

Queste modificazioni incidono anche sul tessuto e sulla vita pastorale della Chiesa di Venezia e, di conseguenza, anche sulla fruizione e salvaguardia dell'enorme patrimonio architettonico e artistico rappresentato soprattutto dalle cento e più chiese presenti nella città d'acqua. Perciò il Patriarca si sofferma sulla necessità «di riflettere su una razionalizzazione del loro ruolo liturgico e pastorale, spesso anche a fronte dell’innegabile flessione demografica».

Questo nella consapevolezza che «che non ci può essere restauro di una chiesa senza (prima) una comunità “viva” che se ne faccia carico, che ne custodisca la bellezza e la valorizzi nel culto e non solo. Un edificio senza vita non è mai tutelato e valorizzato ed è destinato all'abbandono. Come lo è un edificio che non ha, alle spalle, una comunità reale che se ne fa carico».

Perciò, per il Patriarca, si fa più pressante l'esigenza di riconsiderare la destinazione d'uso di alcuni edifici sacri. Ma perché questo avvenga, nell'interesse di tutti, sarebbe importante che, accanto al mecenatismo di tanti – a partire dai Comitati privati – ci fosse un significativo ritorno della presenza pubblica. «Le necessità del patrimonio ecclesiastico risultano – conclude mons. Moraglia – sono ingenti e i contributi, specie quelli pubblici, sono assai ridotti. Anche alcuni strumenti fiscali – lo rileviamo con rammarico - spesso non sono applicabili al patrimonio ecclesiastico che, seppur di fruizione pubblica, viene considerato proprietà “privata” e quindi escluso da benefici fiscali che molto gioverebbero ai fini della sua corretta salvaguardia».


Tratto da GENTE VENETA, n.14/2017

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