Commenti articolo Segnala pagina Stampa pagina Crea PDF pagina | Segnala su OKNotizie | Share Condividi
GENTE VENETA | Società e cultura | Archivio

Venerdi, 17 Marzo 2017

Goisis: l'ebbrezza del nostro tempo è nell'acclamare l'uomo solo al comando


L

a tentazione dell'uomo solo al comando, del Risolutore dei problemi. Ecco lo spettro che si aggira per il mondo oggi. Uno spettro annunciato e introdotto da entusiasmi quali solo Dioniso, dio delle ebbrezze, può accendere.
E' il pericolo che segnala il filosofo veneziano Giuseppe Goisis, già docente di Filosofia della Politica a Ca' Foscari. Il suo ultimo libro, “Dioniso e l'ebbrezza della modernità” (pagg. 155, edizioni Mimesis, euro 16), descrive alcune linee di tendenza che si stanno manifestando con una certa forza in questo nostro tempo.



Perché è preoccupato nell'osservare un crescente appassionarsi per il binomio masse-leader?
Perché c'è questa idea crescente, vista la crisi della politica universale, testimoniata da molti eventi elettorali recenti, per cui emerge di nuovo lo slogan “un uomo solo al comando”, cioè l'idea che si debba personalizzare fortemente la politica. Ma il rapporto tra leader e masse è un rapporto molto ambiguo.
Ambiguo significa che ci sono due facce del fenomeno, una delle quali è positiva...
Ci sono degli elementi di novità nel quadro generale e anche delle esigenze giuste da parte di ceti dimenticati e disperati. Ma ci sono anche forti rischi, come la vicenda storica del totalitarismo dimostra.
Per esempio?
L'esperienza del totalitarismo è sempre divisa in due fasi: quella dell'entusiasmo - e qui ha spazio Dioniso - in cui lo spirito dionisiaco domina. Basta pensare, per stare alla nostra storia, a D'Annunzio e al suo grido “Eia, Eia! Alalà!", uno sorta di canto bacchico. Finito l'entusiasmo, il totalitarismo si cristallizza e diventa l'ordine del terrore, perciò qualcosa di molto diverso dall'ebbrezza movimentista caratteristica del primo periodo.
Di recente il dizionario Oxford ha eletto come parola dell'anno “post verità”, cioè un'affermazione sentita come vera, o spacciata per tale, ma senza alcun fondamento nella realtà. Si dice che la “post verità” abbia relazione con il rischio di totalitarismo...
Penso che queste recenti contese elettorali abbiamo mostrato una radicale insincerità, una manipolazione della verità. Il fatto che si dimentichino giustizia e verità, che da Platone e Peguy sono le due direttive di fondo, è preoccupante.
La manipolazione radicale della verità da cosa nasce?
Da uno smarrimento profondo, che di frequente deriva dall'uso indebito di alcune tecnologie, per le quali tutto è uguale e per le quali tutto si pone semplicemente in sequenza, per cui non si riesce a gerarchizzare. Ogni cosa equivale all'altra, tutto è lo stesso...
Però le tecnologie sono solo strumenti. E chi le usa che ha dei fini...
Proprio questo è il problema. Cioè avviene in modo sottile, è una specie di manipolazione delle menti e dei cuori. Di mezzo ci sono le emozioni in politica: soprattutto la paura, la nostalgia, anche la speranza... Speranza che è positiva se è ben fondata, altrimenti è illusione. Nel rapporto leader-masse conta moltissimo l'emozione.



Ma non è fisiologico?
Sì, è un processo inevitabile. Avevamo troppo la convinzione che la gente ragionasse secondo interesse e logica; invece spesso le persone ubbidiscono al pathos. Ed è vero che non è cosa di oggi. L'emozione ha sempre avuto rilievo in politica. Ma se si unisce alla manipolazione nasce il problema. Faccio un esempio di altro ambito: il nipote di Freud è stato un mago della pubblicità ed è riuscito a far fumare tutto l'universo femminile americano attraverso uno slogan ben studiato, basato sul fotomontaggio della statua della libertà con una sigaretta in bocca. E' riuscito così a far fumare le donne americane salvo, vent'anni dopo – visto il boom di tumori ai polmoni anche nelle donne - pentirsene e dire che aveva sbagliato.
E in politica?
E' lo stesso, se si riesce a usare i simboli e volgerli a proprio favore. Trump ha avuto Steve Bannon come consigliere per la strategia di comunicazione. Una delle letture preferite di Bannon è D'Annunzio e, con lui, tutta la pleiade di autori pre-fascisti, che hanno preparato l'interventismo italiano. Non so se ci sia da esserne fieri...
Nel libro lei usa un'immagine suggestiva. Dice che la nostra ragione è come un topolino adagiato sul fianco di un elefante: guai a non sfruttare la forza sottostante, ma guai a perdere l'equilibrio. E' condizione fisiologica, questa del topolino, o è la nostra stagione culturale a produrre questa taglia minima per la ragione?
Propenderei per questa seconda interpretazione. Siamo in una fase di crisi acuta e questo abbandonarsi alle emozioni, a volte anche in ambito cattolico, mi pare pericoloso. Io proporrei la rivalorizzazione dell'intelligenza, nel suo significato vero di andare in profondità, intus legere...
In un saggio lei sottolinea che il significato etimologico della parola “speranza” ha a che fare con il camminare, non con il fare salti o il volare. Perciò la speranza si costruisce passo dopo passo, con prudenza e ragionevolezza. Anche in politica?
E' molto vero. Nel nostro tempo ci muoviamo in un chiaroscuro e la speranza, che ci orienta ancora come una bussola, è lo step by step di cui parla Newman nella poesia “Luce gentile”. E' la rivelazione cristiana, che non forza nessuno e che illumina quello che ci è necessario nella vita: illumina un poco più in là. Quel che è venuto meno è la fiducia per il futuro, ma senza una certa fiducia verso il futuro non si avanza, non si cammina. La speranza pone il problema dei nostri rapporti con il futuro.
Lei invita ad una buona politica, che nasca dal basso e per la quale occorre l'educazione dei singoli e della collettività. Ma l'educazione al bene comune è adeguata oggi? Cosa bisognerebbe fare di più o di meglio?
Certamente sottolineo l'importanza dell'educazione, che dovrebbe aiutare le persone ad avere una visione equilibrata. Oggi la politica è invece soprattuto nelle viscere. Bisogna perciò alfabetizzare le persone e recuperare la tensione al bene comune.
E per farlo?
Le scuole di formazione alla politica mi sembrano buoni strumenti; anche da rivitalizzare se, come da noi, non ci sono più. Però dovrebbero essere attente a due cose. La prima è una maggiore sensibilità alla sperimentazione. Spesso, infatti, queste scuole sono nozionistiche, sia quelle ecclesiali che quelle laiche. Le nozioni vanno bene: senza nozioni e senza sguardo storico si capisce poco. Ma occorre prevedere dei momenti in cui si va ad ascoltare, per esempio, la seduta di un consiglio comunale. E' importante capire dal vivo la complessità dello stendere un documento, o il tastar con mano certi temi giuridici ed economici. La seconda è che queste scuole andrebbero potenziate anche quantitativamente. Se un cittadino vuole partecipare di più, spesso non trova un punto di riferimento preciso. Oppure trova alcune scuole di formazione di partito; però tu ci entri e diventi un politico di un certo tipo, bell'e fatto. Invece servirebbero forme di educazione non orientate in una direzione. Oppure, come nei migliori casi di esperienze diocesane, scuole in cui, al centro, ci sono le questioni del Regno di Dio e della giustizia. E ci sono esperienze concrete di conoscenza della politica.

Giorgio Malavasi


Tratto da GENTE VENETA, n.10/2017

Inizio   Segnala paginaSegnala   Stampa   PDF